E’ sempre difficile la trasposizione di un’opera letteraria che, nel passaggio dalla pagina scritta allo schermo, perde le lunghe descrizioni, lo studio dei particolari, le sfumature e particolarmente difficile risulta l’opera intrapresa dal regista Richard J. Lewis nell’accostarsi ad un libro che è diventato cult per coloro che, stanchi del politicamente corretto, si sono lasciati affascinare da “Barney’s version” romanzo “politicamente scorretto” di Mordecai Richler e dal suo protagonista.
L’autore, ebreo/canadese, sa ironizzare, come Woodi Allen, come Moni Ovadia, sulla sua comunità – quella ebraica – rimarcandone vizi e stranezze (quale padre può pensare a regalare al figlio, in una delle scene più esilaranti del film, il giorno del matrimonio una pistola…avvvolta nella carta con le bandiere di Israele?) e il regista durante la conferenza stampa a Venezia ha sottolineato ed evidenziato la difficoltà incontrata per far sì che la personalità di Barney rimanesse più o meno la stessa del libro. “Mi sono sentito sotto pressione giorno dopo giorno”.
Il libro uscito nel 1997, una volta arrivato in Italia nel 2000, ha ottenuto il successo grazie al passaparola e alla appassionata critica di Giuliano Ferrara.
Ovviamente nel film si riducono gli eventi: uno spazio minimo è dato al primo matrimonio mentre i tempi si dilatano per la storia e la vita vissuta da Barney con Miriam Gray, l’unica donna di cui Barney si innamora per la vita, la madre dei suoi figli, la donna che appena vista gli cambia la vita, anche se di questo cambiamento Barney non saprà fare tesoro.
Il film inizia con una telefonata di Barney che non vuole accettare la realtà alla ex moglie e attraverso una serie di flashback si ripercorrono quaranta anni della vita di un uomo con i suoi eccessi, la sua generosità, le sue debolezze. Una interpretazione che si può definire quella di una vita e che ha valso a Paul Giamatti la nomination ai Golden Globe. Un Barney dai molti vizi e dalle scarse virtù quello interpretato da Paul Giamatti che per tutto iol film non lascerà mai il bicchiere nè rinuncerà a mordicchiare l’inseparabile sigaro.
Al suo fianco un Dustin Hoffman, ex poliziotto rozzo e maschilista più del figlio, in stato di grazia nella parte del padre di Barney. Si vede poco ma ogni volta che lui è in campo strappa le risate e gli applausi dello spettatore.
“La versione di Barney”, ovvero come Barney, ebreo-canadese, produttore irascibile di filmetti televisivi, giunto a settanta anni vede la propria vita e la morte del compagno di avventure Boogie.
Una commedia “amara”. Durantel a visione si ride, si sorride e si piange. Si ride e si piange per la vita, per gli errori che vogliamo commettere, per l’amore perduto,quello Unico, Vero, Solo, quello con la A maiuscola, che abbiamo buttato via perchè siamo umani e non divinamente infallibili, “Abbiamo una vita”, dice Barney confessando il tradimento all’adorata Miriam. “Avevamo una vita” gli risponde lei che, nonostante l’amore non sa perdonare. Si piange per la memoria svanita (Barney è affetto dal morbo di Alzheimer).
Un film sulla vita dunque, un film su chi la vita l’ha sempre presa di petto, un film su chi umanamente ha sbagliato ma non si è mai arreso., neanche davanti alla malattia più devastante del nostro tempo.
Maria Rita Monaco

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