
Venerdì, l’S&P 500 ha perso l’1,4%, il Nasdaq l’1,6% mentre il Dow Jones è sceso dell’1%, in ragione del fatto che la volatilità legata a fattori geopolitici e a dati deludenti sul mercato del lavoro, hanno innescato una avversione al rischio fatta di incertezza e paura, relativamente alle prospettive dell’economia a stelle e strisce. Questo calo riflette i timori di operatori e investitori per il persistente aumento dei prezzi del petrolio, e per l’inaspettata perdita di 92.000 posti di lavoro non agricoli a febbraio (NFP). Questa concatenazione di eventi, sta provocando un sell off di bond governativi, con conseguente aumento dei rendimenti che, insieme all’aumento del prezzo del petrolio, potrebbero addirittura, non solo negare i tagli dei tassi della Fed, ma addirittura prospettare un ritorno della recessione. Tanto più che l’aumento dei prezzi si riflette anche sulle vendite al dettaglio, il che significa che i prezzi alle importazioni sono stati scaricati sul consumatore finale americano. I dazi quindi, per il momento, sono una tassa per il cittadino medio Usa. La richiesta del Presidente Trump, di resa incondizionata dell’Iran e gli avvertimenti dei ministri dell’energia dei paesi limitrofi, in merito alla forza maggiore produttiva, hanno contribuito a spingere i costi energetici a livelli che minacciano la capacità produttiva globale. Il conseguente aumento della disoccupazione Usa al 4,4% rafforza i timori di un contesto di stagflazione in cui l’aumento dei costi di produzione si scontra con il raffreddamento della domanda dei consumatori.
VALUTE, CORRRELAZIONI SALTATE.
Il ritorno della paura, in questo ultimo periodo, ha riportato il dollaro sugli scudi grazi alla sua duplice caratteristica di asset rifugio e di valuta di riferimento a livello globale, sancito a Bretton Woods nel 1944. Tutto ciò è durato fino a venerdì quando, pessimi dati Usa sul mercato del lavoro, ma anche sulle vendite al dettaglio, hanno allontanato le prospettive di taglio dei tassi da parte della Fed e hanno anche lasciato intendere una certa perdita di resilienza dell’economia Usa. In tale contesto di riferimento, il biglietto verde, per la prima volta da tempo, è sceso anziché salire. La ragione va ricercata nel fatto che il dollaro, oltre a configurarsi come safe heaven asset, è anche valuta da investimento, quella cioè che da lungo tempo, offre rendimenti migliori delle valute concorrenti in relazione agli aggregati macro. In buona sostanza il dollaro saliva perché con tassi alti e una economia resiliente, fattori che hanno sostenuto gli acquisti di dollari da parte degli investitori. Con l’uscita di dati macro pericolosamente negativi, per di più in un contesto belligerante nel quale, gli americani non sembrano avere le idee chiare sugli obiettivi e i tempi di riuscita, il rischio di crollo dl dollaro, potrebbe decisamente aumentare. E la caduta potrebbe essere repentina e pesante. Si tratta del ritorno della corretta correlazione, si direbbe, visto che EurUsd in un contesto di risk off dovrebbe salire, in quanto più asset rifugio del biglietto verde avendo i tassi più bassi. L’Euro venerdì, dopo i dati Usa, si è leggermente apprezzato e da 1.1540 a 1.1620 e ora le price action si fanno interessanti, perché con il petrolio senza freni, gli aumenti dei prezzi in occidente, le tensioni di guerra, tutto potrebbe accadere, in termini di volatilità. Ricordiamoci i mesi di marzo del 2020 (scoppio pandemia), del 2025 (dazi di Trump) e molti altri anni tra il 2008 (il fallimento Bear Stearns) e oggi !
PETROLIO, LA PAURA FA 90.
Venerdì, i future sul greggio WTI sono aumentati di oltre l’11%, superando i 90 dollari al barile, il livello più alto dall’agosto 2022, poiché l’intensificarsi delle tensioni in Medio Oriente sta sconvolgendo il commercio globale di energia. Venerdì, il presidente Donald Trump ha esortato l’Iran ad accettare la resa incondizionata, amplificando i timori che un conflitto prolungato possa avere un impatto significativo sull’offerta mondiale di petrolio. In precedenza, il ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, aveva dichiarato al Financial Times che gli esportatori del Golfo avrebbero interrotto la produzione entro pochi giorni se le petroliere non fossero riuscite a passare attraverso lo Stretto di Hormuz. Lo stretto è una rotta cruciale che normalmente movimenta circa 20 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi al giorno. Gli Stati Uniti hanno segnalato possibili azioni per allentare la pressione, tra cui il potenziale rilascio di petrolio dalle riserve strategiche, consentendo al contempo all’India di acquistare temporaneamente parte del greggio russo già in mare. Nel frattempo, l’Arabia Saudita ha aumentato i prezzi del petrolio per gli acquirenti asiatici e ha dirottato le spedizioni attraverso i porti del Mar Rosso per bypassare Hormuz.
ADP IN FORTE CALO.
L’economia statunitense ha perso 92.000 posti di lavoro a febbraio 2026, il dato più alto in quattro mesi, dopo un aumento di 126.000 posti di lavoro rivisto al ribasso a gennaio e molto peggiore delle previsioni di un aumento di 59.000. La variazione dell’occupazione totale non agricola per dicembre è stata rivista al ribasso di 65.000 unità, da 48.000 a -17.000, e la variazione per gennaio è stata rivista al ribasso di 4.000 unità, da 130.000 a 126.000. Con queste revisioni, l’occupazione complessiva a dicembre e gennaio è inferiore di 69.000 unità rispetto a quanto precedentemente riportato. L’occupazione dipendente è cambiata poco nel complesso nel 2025.
VENDITE AL DETTAGLIO USA.
Le vendite al dettaglio negli Stati Uniti sono diminuite dello 0,2% rispetto al mese precedente a gennaio 2026, in ripresa rispetto alla battuta d’arresto registrata nell’ultimo mese del 2025 e sostanzialmente in linea con le aspettative del mercato di un calo dello 0,3%. Si è trattato del primo calo da ottobre. I volumi di vendita al dettaglio si sono contratti drasticamente per i concessionari di autoveicoli e ricambi (-0,9%), i distributori di benzina (-2,9%), i negozi di elettronica ed elettrodomestici (-0,6%) e l’abbigliamento e accessori (-1,7%). Questi dati sono stati sufficienti a far crescere il gruppo di controllo delle vendite al dettaglio dello 0,3%, con un probabile impatto positivo sul PIL statunitense. Rispetto all’anno precedente, le vendite al dettaglio sono aumentate del 3,2% a gennaio.
Saverio Berlinzani

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