Roberto Maroni ha lasciato la Lombardia, con tanto orgoglio e poca nostalgia, in fondo il più smorto che velleitario sogno autonomista, si era già annacquato all’indomani della campagna referendario. A ridestarlo alla ‘romanità’ è il ‘carpe diem’ che offrirebbe il vento pro centralismo elettorale che parrebbe gonfiare le vele del centro destra, timonato dal ritorno del ‘cavaliere grigio’. Sono non pochi gli interrogativi che lascia, trincerandosi dietro la rivendicazione di risultati dal difficile riscontro in termini di consenso, come gli sprechi negli investimenti infrastrutturali, la disattenzione alla qualità della vita, alla distrazione per precaria mobilità dei poveri pendolari, peraltro da rimborsare per i disagi, la tragedia della gestione dell’edilizia pubblica ed al malaffare accettato come sopravvenienza naturale, e per finire all’impostazione dirigista e perciò tutt’altro che condivisa della riorganizzazione del servizio sanitario per i cronici, a livello territoriale. Non c’è alcuna visione di ciò che occorre per il futuro, basta ciò che ho fatto io, conclude uscendo di scena il buon Roberto, ponendo sotto lo zerbino del centralismo della coalizione, ogni possibile visione dell’ autonomia lombarda. possibile è ormai sotto lo zerbino del centralismo della coalizione e che quindi meglio lasciare che raddoppiare. Maroni risorsa per il Governo del Paese o mossa del cavallo del cavaliere grigio per dare scacco al neo sovranista Salvini?, pochi mesi e sapremo.
Ciò che invece appare certo, è il cambiamento di scenario politico per la Regione Lombardia, uscito di scena Maroni e la sua personalità, subentra in campo la ‘coalizione nazionale’, nella sua versione mignon, quella espressa dalle seconde linee dei tre partiti, il quarto è a trazione meridionalista. Per la Lombardia vi è la possibilità di una svolta progettuale e di autonomia, Gori come Sala a Milano, indipendentemente dalla tessera di partito, che hanno o non hanno in tasca, non escono dell’ostetricia del PD né da quella dei predecessori, sono espressione e testimonianze di quella classe dirigente lombarda, quella del saper fare e del saper solidarizzare; per le loro esperienze attuali e per quelle pregresse sono i più titolati per perseguire il risultato di una Regione e del suo capoluogo, sempre più preservati dall’instabilità del provincialismo sovranista, e poter per dare alle comunità una prospettiva di competitività e di solidarietà consone alle aspettative di una Regione voluta sia riferimento del Paese e sia d’Europa. Per qualcuno l’uscita di scena di Maroni, può apparire un vantaggio per Gori, ma attenzione agli abbagli, perché a ben vedere non lo è e anzi potrebbe essere diventare uno svantaggio. Se al ‘rassemblement sovranista’ di destra si pensa di contrapporre un ‘simil puzzle’ di centro sinistra, per ringalluzzire velleitarismi, particolarismi e testimonianze, analogamente ispirate a visioni di tipo ‘sovranista’ , la sconfitta diventerebbe più che probabile.
Gori può e deve cavalcare l’abbandono di Maroni, proiettando la Lombardia verso quella dimensione che le spetta, sottraendola dalla competizione elettorale nazionale imposta sugli annunci ‘pret a porter’ dai quali manca solo: ‘imbianchiamo la casa gratis a tutti’, incipit che Gian Antonio Stella da al suo articolo ,’ Promesse & Bugie trasversali’ nel suo articolo ul Corriere.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

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