
“Io c’ero in quegli anni”.
Antonio Di Pietro ha esordito così ieri sera su Rai3, nella trasmissione “Lo Stato delle cose” condotta da Massimo Giletti. Un’espressione semplice, ma carica di peso storico. Perché Di Pietro non è stato un osservatore di quella stagione: ne è stato uno dei protagonisti.
Le sue parole hanno riportato l’attenzione su uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana, il 1992, quando l’Italia fu scossa contemporaneamente dalle stragi mafiose e dall’esplosione dell’inchiesta Mani Pulite.
L’ex pubblico ministero del pool milanese ha raccontato un episodio che, se confermato nella sua portata, getta una luce nuova sui rapporti tra le indagini di Milano e quelle portate avanti da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in Sicilia.
Secondo Di Pietro, il colloquio decisivo con Borsellino avvenne a Palermo, in un momento carico di dolore e di tensione: i funerali di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta assassinati nella strage di Capaci.
In quel contesto, tra migliaia di persone e un Paese sotto shock, i due magistrati si sarebbero appartati per parlare.
Di Pietro ha raccontato che lui e Borsellino si fermarono appoggiati a una colonna della basilica di Palermo.
Un’immagine quasi simbolica: due magistrati, nel cuore di una città ferita dalla mafia, che discutono delle indagini più delicate del Paese mentre si celebrano i funerali di chi quella mafia l’aveva combattuta fino all’ultimo.
Ed è proprio in quel momento che, secondo il racconto dell’ex pm di Mani Pulite, Borsellino avrebbe pronunciato una frase rimasta impressa nella memoria: “Dovete fare presto”.
Parole che, lette oggi, suonano come un monito e quasi come un presagio.
Ma non solo.
Di Pietro ha aggiunto un dettaglio ancora più significativo: Borsellino avrebbe seguito con grande attenzione gli sviluppi dell’inchiesta milanese, arrivando persino a correggere atti e risultanze investigative del lavoro del pool di Milano.
Un livello di confronto investigativo che dimostrerebbe quanto i magistrati di Palermo guardassero con attenzione a ciò che stava emergendo nel sistema delle tangenti nel Nord Italia.
Il 1992 non fu soltanto l’anno della fine della Prima Repubblica.
Fu anche l’anno in cui diverse indagini stavano toccando un terreno delicatissimo: quello dei grandi appalti pubblici.
A Palermo Falcone e Borsellino stavano indagando sui rapporti tra mafia e sistema degli appalti in Sicilia.
A Milano Mani Pulite stava scoperchiando il sistema delle tangenti che coinvolgeva politica, imprese e amministrazioni.
Due filoni investigativi apparentemente distinti, ma forse non del tutto separati.
Il racconto di Di Pietro suggerisce che tra Milano e Palermo esistesse un dialogo investigativo molto più intenso di quanto sia stato raccontato finora.
Se davvero Borsellino interveniva sugli atti dell’inchiesta milanese, significa che il magistrato siciliano percepiva un possibile punto di contatto tra quei due mondi investigativi.
Un’ipotesi evocata più volte negli anni, ma mai chiarita fino in fondo.
Le parole di Di Pietro non costituiscono naturalmente una verità giudiziaria.
Sono il racconto di un protagonista di quella stagione.
Ma proprio per questo meritano di essere ascoltate con attenzione.
Perché riportano alla memoria il clima drammatico nel quale operavano magistrati come Falcone e Borsellino: uomini che cercavano di decifrare un sistema di potere nel quale criminalità organizzata, economia e politica potevano intrecciarsi in modi non sempre evidenti.
E forse anche per questo, appoggiato a quella colonna della basilica di Palermo, Paolo Borsellino sentì il bisogno di dire ad Antonio Di Pietro soltanto poche parole:
“Fate presto”.
Cesare Mannucci

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