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“Magistrati alla deriva. L’isola dei giudici”. Di Pino Passetti.

di Redazione Pensalibero.it | 26 Febbraio 2012

Cinquecento magistrati allegramente in crociera; il naufragio e l’approdo su un’isola deserta dove le toghe, piano piano, si organizzano come se fossero tornati in Patria. Riprendono il loro lavoro che è quello di indagare, “avvisare”, incarcerare, giudicare. Il racconto, di Pino Passetti, venne stampato in piena tangentopoli da”La Loggia dei Lanzi” e una copia inviata all’allora procuratore di Milano, Borrelli. Il quale ringraziò con il biglietto che pubblichiamo. Vi consigliamo la lettura e vi auguriamo buon divertimento: pensando alle storie e alle storiacce di ieri, di oggi e, temiamo, anche di domani. Pino Passetti, nato a Livorno (città dell’irriverenza e del Vernacoliere) ha vissuto a Firenze svolgendo la professione di primario ospedaliero. Non si occupò mai attivamente di politica; scrisse quattro libri di divulgazione medica che ebbero ottimo successo. La sua passione per la satira nacque sulle pagine dei mitici “Taravaso”, “Candido”, “Marcaurelio” e, più tardi, del “Male”. Da svariati anni non è più tra noi.

La prefazione di Sandro Pazzi

Pino mi consegnò questo testo prima che venisse pubblicato; voleva un mio parere preventivo sulla possibilità  o meno di implicazioni  penali per lui e l’editore, visto il contenuto. Neanche  sorrise  quando, lì per lì, gli ricordai il vecchio adagio avvocatizio secondo il quale, essendo io civilista, vedevo il penale dove non c’era e non lo vedevo dove c ‘era; in una parola   ero  incompetente  per  la  risposta. Restò serio, mi fissò e, come se fosse per me un dovere morale quello di fargli avere una precisa risposta al riguardo, mi disse semplicemente: “ Informati  da un avvocato competente in penale; altrettanto faremo io e l’editore”. I legali dettero il via libera e I’opera fu pubblicata.  Era il 1995.

Come ogni opera satirica,  Magistrati alla deriva sta a mezza strada tra il comico e il serio. E’ una composizione molto raffinata nella quale Pino elaborò, con intenti critici e moraleggianti, le figure e gli aspetti  della realtà  culturale e sociale di allora; prendendo spunto da quanto accadde nel corso della cosiddetta operazione “Mani pulite”. Si trattò  di un evento che sorprese e, addirittura  sconvolse  la  società  italiana.  L’attività  dei magistrati  si  rivolse  infatti, freneticamente e senza riguardi per nessuno,  nei confronti di autorevoli esponenti della politica e dell’economia, e loro amici. Ci si chiese se, per caso, i magistrati non si fossero fatti prendere la mano dalle loro innumerevoli  e  drastiche  iniziative.

Magistrati  alla deriva  trae spunto da questa vicenda  e da  questo dubbio.  Oggi a leggerlo è, se possibile, ancora più divertente perché aveva colpito nel segno allora e ancora oggi lo fa, a  ben sedici  anni dalla sua pubblicazione.  Il suo contenuto era  certamente  profetico. Da  appassionato  di satira  politica  come  si  qualifica,  Pino detta il  leitmotiv  del suo lavoro nel  titolo dello stesso che deve  leggersi: ” l magistrati sono alla deriva”. Egli  si pone nella veste del cronista  di un evento insolito:  I’approdo di magistrati  e  loro familiari  naufraghi  in un’isola deserta  che, da quel momento,  sarà abitata solo da loro: dai  soli magistrati  e dalle loro famiglie. Senza  irridere a quanto accadde;  senza critica di sorta, Pino descrive come  sopravvissero  e cosa  fecero i magistrati, con un’ apparente  obiettività e indifferenza  rispetto a quanto narra. Non viene  trascurato  alcun  particolare  delle iniziative con le quali i magistrati  continuano a fare, mutatis mutandis,  quanto facevano  allorché  erano in attività  nel  continente.  Ne consegue che gli  eventi  descritti  finiscono per denunciare da soli al lettore il non senso  di quanto  accade nell’isola. Non solo, ma Pino continua la sua cronaca seguendo gli sviluppi successivi  del semplice gioco originario basato sul reciproco ininterrotto scambio di avvisi di garanzia cui non si sottraggono  neanche  i bambini.  Inventa così i campionati a squadre con attribuzione  di  punteggi  diversi a seconda  dell’uso che veniva fatto degli avvisi di garanzia. E su questo la fantasia di Pino si scatena  senza pietà: basta pensare  allo schiaffo al “Guarda sigilli” e agli altri criteri di assegnazione  dei punteggi. La  storia narrata  dal nostro Pino sembra non dover aver fine. Il lettore non si aspetti una happy end, ciò nondimeno non si tratterrà dal ridere quando, pur scoprendo  che i magistrati  resteranno  alla deriva, alla fine del mondo I’ultimo  di  loro  urlerà : ” Indagari  è  mugghi  che  futtiri….!!” Non c’è satira politica senza un richiamo ai principi fondamentali dimenticati, nel nostro caso, dai magistrati  naufraghi. Pino provvede così.

Innanzitutto  trascrive  all’inizio  del  penultimo e poi dell’ultimo  capitolo  gli articoli  Xlll e XVI  della  Déclaration des droits de I’homme et du citoyen  del 1789. Ma in realtà  tutta  la Déclaration  è  richiamata nel libro e tanto basta a ristabilire il corretto rapporto tra i principi sui diritti  ed  i doveri  dell’uomo  e  del cittadino  e  I’insanità  “borrellistica”  dei  magistrati  alla deriva.       In secondo luogo Pino formula  i  “nuovi”  dieci comandamenti  ancor  oggi attualissimi. Niente  da  invidiare  quanto ad effìcacia  satirica  ai Diderot,  D ‘Alembert,  Rousseau,  etc. etc., nonché a J. Swift. Per finire, leggendo quanto Pino fa dire a Spartaco (pag. 48): “Se i giudici vogliono governare l’ltalia, perché non i gínecologi?”, come non ricordare la celebre frase di J.M. Keynes : ” Sarebbe  davvero  magnifico se gli economisti (che alla fin fine sono i magistrati per Pino) riuscissero a pensarsi come una calegoria di persone utili e competenti: come i dentisti, appunto.” (J. M. Keynes,  Possibilità economiche per i nostri nipoti,  con saggio di Guido  Rossi,  Adelphi  2009, pag.30)

Caro Pìno, ti vedo ancora partecipare con quell’aria semiseria ad eventi mondani. Entravi scrutando I’ambiente con gli occhiali, un po’ giacobino, con i tuoi soliti calzini  bianchi  infilati in scarpe nere, blu jeans, camicia bianca aperta senza cravatta e con il solito vissuto blazer. Ti intrattenevi  disinvolto in mezzo a tanti uomini incravattati e in abiti gessati, non certo indifferente alle belle donne, ma pur sempre alla ricerca di qualcuno con cui parlare: ma sul serio; e ridere: ma sul serio!

Il biglietto di Francesco Saverio Borrelli

Il libro completo

Per scaricare il libro in formato PDF fare click qui >>

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