
La prefazione di Sandro Pazzi
Pino mi consegnò questo testo prima che venisse pubblicato; voleva un mio parere preventivo sulla possibilità o meno di implicazioni penali per lui e l’editore, visto il contenuto. Neanche sorrise quando, lì per lì, gli ricordai il vecchio adagio avvocatizio secondo il quale, essendo io civilista, vedevo il penale dove non c’era e non lo vedevo dove c ‘era; in una parola ero incompetente per la risposta. Restò serio, mi fissò e, come se fosse per me un dovere morale quello di fargli avere una precisa risposta al riguardo, mi disse semplicemente: “ Informati da un avvocato competente in penale; altrettanto faremo io e l’editore”. I legali dettero il via libera e I’opera fu pubblicata. Era il 1995.
Come ogni opera satirica, Magistrati alla deriva sta a mezza strada tra il comico e il serio. E’ una composizione molto raffinata nella quale Pino elaborò, con intenti critici e moraleggianti, le figure e gli aspetti della realtà culturale e sociale di allora; prendendo spunto da quanto accadde nel corso della cosiddetta operazione “Mani pulite”. Si trattò di un evento che sorprese e, addirittura sconvolse la società italiana. L’attività dei magistrati si rivolse infatti, freneticamente e senza riguardi per nessuno, nei confronti di autorevoli esponenti della politica e dell’economia, e loro amici. Ci si chiese se, per caso, i magistrati non si fossero fatti prendere la mano dalle loro innumerevoli e drastiche iniziative.
Magistrati alla deriva trae spunto da questa vicenda e da questo dubbio. Oggi a leggerlo è, se possibile, ancora più divertente perché aveva colpito nel segno allora e ancora oggi lo fa, a ben sedici anni dalla sua pubblicazione. Il suo contenuto era certamente profetico. Da appassionato di satira politica come si qualifica, Pino detta il leitmotiv del suo lavoro nel titolo dello stesso che deve leggersi: ” l magistrati sono alla deriva”. Egli si pone nella veste del cronista di un evento insolito: I’approdo di magistrati e loro familiari naufraghi in un’isola deserta che, da quel momento, sarà abitata solo da loro: dai soli magistrati e dalle loro famiglie. Senza irridere a quanto accadde; senza critica di sorta, Pino descrive come sopravvissero e cosa fecero i magistrati, con un’ apparente obiettività e indifferenza rispetto a quanto narra. Non viene trascurato alcun particolare delle iniziative con le quali i magistrati continuano a fare, mutatis mutandis, quanto facevano allorché erano in attività nel continente. Ne consegue che gli eventi descritti finiscono per denunciare da soli al lettore il non senso di quanto accade nell’isola. Non solo, ma Pino continua la sua cronaca seguendo gli sviluppi successivi del semplice gioco originario basato sul reciproco ininterrotto scambio di avvisi di garanzia cui non si sottraggono neanche i bambini. Inventa così i campionati a squadre con attribuzione di punteggi diversi a seconda dell’uso che veniva fatto degli avvisi di garanzia. E su questo la fantasia di Pino si scatena senza pietà: basta pensare allo schiaffo al “Guarda sigilli” e agli altri criteri di assegnazione dei punteggi. La storia narrata dal nostro Pino sembra non dover aver fine. Il lettore non si aspetti una happy end, ciò nondimeno non si tratterrà dal ridere quando, pur scoprendo che i magistrati resteranno alla deriva, alla fine del mondo I’ultimo di loro urlerà : ” Indagari è mugghi che futtiri….!!” Non c’è satira politica senza un richiamo ai principi fondamentali dimenticati, nel nostro caso, dai magistrati naufraghi. Pino provvede così.
Innanzitutto trascrive all’inizio del penultimo e poi dell’ultimo capitolo gli articoli Xlll e XVI della Déclaration des droits de I’homme et du citoyen del 1789. Ma in realtà tutta la Déclaration è richiamata nel libro e tanto basta a ristabilire il corretto rapporto tra i principi sui diritti ed i doveri dell’uomo e del cittadino e I’insanità “borrellistica” dei magistrati alla deriva. In secondo luogo Pino formula i “nuovi” dieci comandamenti ancor oggi attualissimi. Niente da invidiare quanto ad effìcacia satirica ai Diderot, D ‘Alembert, Rousseau, etc. etc., nonché a J. Swift. Per finire, leggendo quanto Pino fa dire a Spartaco (pag. 48): “Se i giudici vogliono governare l’ltalia, perché non i gínecologi?”, come non ricordare la celebre frase di J.M. Keynes : ” Sarebbe davvero magnifico se gli economisti (che alla fin fine sono i magistrati per Pino) riuscissero a pensarsi come una calegoria di persone utili e competenti: come i dentisti, appunto.” (J. M. Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, con saggio di Guido Rossi, Adelphi 2009, pag.30)
Caro Pìno, ti vedo ancora partecipare con quell’aria semiseria ad eventi mondani. Entravi scrutando I’ambiente con gli occhiali, un po’ giacobino, con i tuoi soliti calzini bianchi infilati in scarpe nere, blu jeans, camicia bianca aperta senza cravatta e con il solito vissuto blazer. Ti intrattenevi disinvolto in mezzo a tanti uomini incravattati e in abiti gessati, non certo indifferente alle belle donne, ma pur sempre alla ricerca di qualcuno con cui parlare: ma sul serio; e ridere: ma sul serio!
Il biglietto di Francesco Saverio Borrelli
Il libro completo


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