Nella Tradizione il “Divino Maestro” è uno solo: il Messia, figlio unigenito di Dio, a lui unito nello Spirito Santo: la Trinità, ignota alla generalità dei sedicenti cristiani. Solo tra gli Evangelisti, Luca scrisse della formazione di Gesù (2, 41-52). Narrò che, condotto come ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua, Gesù dodicenne (età puberale) si sottrasse alla sorveglianza di Maria e Giuseppe. I genitori lo ritrovarono tre giorni dopo (cifra simbolica), seduto nel Tempio, in mezzo ai “dottori”, intento ad ascoltarli e a interrogarli. Quelli che lo udivano erano stupefatti della sua intelligenza e delle sue risposte. Alla madre, che gli manifestava l’angoscia provata, Gesù rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo attendere alle cose di mio Padre?”. Si riferiva al Padre Celeste ma, osserva l’Evangelista Luca, “essi non compresero ciò che egli aveva detto”. L’“adolescente” non insuperbì affatto: “scese con loro e tornò a Nazaret ed era sottomesso ad essi”. Crebbe in sapienza e statura e grazia presso Dio e gli uomini”. Silente sino al trentesimo anno.
Le parole dell’Evangelista sono parabola della “formazione”, del rapporto complesso tra padri e figli e viceversa, un processo all’insegna della continuità tra le generazioni e le epoche, senza cesure artificiose e al riparo da interferenze di poteri sovraordinati rispetto al rapporto pedagogico. In tale cornice la Scuola pubblica (o Tempio) non è antagonista rispetto alla “famiglia”. È però fondata sulla certezza dell’insegnamento come responsabilità morale dei docenti verso gli allievi e sui valori di cui il potere pubblico è depositario.
Accade ora che gli “insegnanti” vengano destituiti in massa dai diritti acquisiti se non mostrino di padroneggiare una delle tante lingue straniere (l’inglese: e perché non lo spagnolo, il portoghese, il cinese…?), mentre i maestri diplomati d’antant per salire in cattedra dovrebbero conseguire laurea e magari anche seguire specializzarsi in onerosi corsi di specializzazione: quei master di cui abbiamo scandalosi esempi.
È l’Italia della ministra Valeria Fedeli, pessima fra i tanti truci che si sono alternati alla Pubblica Istruzione. La Scuola statale declina da decenni; quella pubblica a gestione privata ma aperta a tutti non è mai veramente decollata, a vantaggio di collegi per privilegiati (dagli esiti non sempre costruttivi). La parabola discendente della Scuola, nel suo insieme, è tra gli esiti più deprimenti dell’Italia odierna. Ancorché oggi sia “festa”, bisogna parlarne perché il malato può guarire solo se prende atto di aver bisogno di cure, drastiche se occorre.
Dire, come oggi usa, che la Scuola è lo specchio della società significa capovolgere il rapporto tra Magistero e discepoli, tra pastore e gregge, tra sacerdote e profani. A cospetto della confusione dilagante va detto chiaro che non esiste uguaglianza tra bambino, adolescente, adulto e anziano. Ognuno ha l’età che “fa grado”. Non esiste uguale libertà perché non esiste uguale responsabilità. La legge, giustamente, distingue la responsabilità dei minori da quelle dei maggiori. Pretendere di concedere libertà a chi non è responsabile costituisce sovvertimento della legge comune. Eppure è quanto predica la sub-cultura dei “liberi e uguali” che da un canto abolisce ogni principio gerarchico e meritocratico e dall’altro prolunga gli anni necessari a conseguire il “pezzo di carta” abilitante a insegnare. È la contraddizione che da decenni imperversa in questo Paese che rimbambisce gli anziani e ingrigisce i giovani e denomina “ragazzi” uomini di trenta-quarant’anni: età mai raggiunta da Alessandro Magno.
La Nuova Italia, quella nata dal Risorgimento e dall’unificazione attuata 160 anni orsono, si fondò su schiere di uomini giovani che assunsero la guida pedagogica del Paese. I maestri salivano in cattedra a diciotto anni. I più bravi e lesti arrivavano al diploma anche prima. Fu il caso di Giovanni Giolitti, che ottenne il Diploma di Magistero a 15 anni e si laureò in legge a 19. Insegnavano a classi comprendenti sino a cinquantaquattro allievi ciascuna. Gli analfabeti erano una pletora. Con buona pace degli apologeti dell’Italia preuntaria (neo-borbonici, neo-asburgici, neo-papisti, ecc.) la maggior parte delle regioni centro-meridionali aveva tassi di analfabetismo spaventosi. Sino al 90%. Poiché i maestri scarseggiavano, i militari in congedo (da sergenti in su) furono abilitati a salire in cattedra. Chi aveva comandato un plotone di uomini che mettevano a repentaglio la vita era in grado di insegnare a leggere, scrivere e far di conto ai ragazzini negli anni del libro “Cuore” di Edmondo De Amicis. Lo stesso valeva per la maggior parte dei sacerdoti. Malgrado la leggenda che dipinge l’Italia postunitaria spaccata tra assatanati e bigotti, tanti sacerdoti continuarono a insegnare, soprattutto nei luoghi più disagiati, prima che vi approdassero maestrini spaesati. Quell’Italia venne costruita anno dopo anno da geometri (Politecnico e Architettura erano ancora un sogno) e ragionieri (Economia e commercio venne molto molto dopo), da agrimensori, dai “monsù Travèt” e, appunto, dai maestri. Le maestre, erba inizialmente rara, fiorirono tardi e tra molte traversie, nel Paese di Maria Montessori e di tante altre pioniere, sino a Grazia Deledda.
Quell’Italia crebbe perché fondata sul principio della responsabilità del maggiore verso il minore, codificata, e dell’unione civile tra i cittadini. Oggi la libertà si è tradotta nell’indifferenza. La maggior parte bada solo ai fatti propri. La demolizione del civismo è iniziata mezzo secolo addietro con la “contestazione”, grimaldello vincente dello svuotamento dello Stato. Cominciò con quella studentesca, cui seguì la “operaia” (ispirata e capitanata da personcine che non sapevano distinguere il chiodo dal martello) e via continuando sino al settarismo politico e infine armato e criminale degli Anni Settanta. Motus in fine velocior si passò da Lotta Continua alle Brigate Rosse, al caos quotidiano permanente: il sinistrismo che vorrebbe mettere il fazzoletto rosso anche al collo di Giovanni Giolitti e Luigi Einaudi. Quello di Cavour è tutelato da Nerio Nesi.
In “Torino di piombo” (ed. del Capricorno) Gianni Oliva, uno dei giurati del Premio Acqui Storia, ha ricostruito il brodo di cultura del sinistrismo d’accatto di gente che non ha mai letto Marx e ha messo piede nelle sacristie anziché nelle fabbriche, sa di incenso invece che di onesto sudore.
Risalire la china richiede consapevolezza, impegno e lo spirito di “Malachia”, forse mai esistito come profeta ma “Messaggero” del Messia, che dopo la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme (modello di ogni altro in tutti i tempi e Paesi) ammonì i padri a volgere il cuore verso i figli e i figli a fare altrettanto verso i padri. È la visione oggi necessaria del rapporto tra generazioni, dagli imberbi alle barbe bianche, con l’occhio rivolto alla Stella d’Italia: quella che suggella le arche dei monumenti funerari eretti nel Santuario di Vicoforte per accogliere le Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Un mònito per l’Italia ventura.
Aldo A. Mola

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