Immaginiamo: De Gasperi, Fanfani, Moro, Craxi (per dirne alcuni), da Presidenti del Consiglio dei Ministri, si trovano a parlare con il Governatore della Banca d’Italia del tempo e chiedono “come vanno le cose in quella banca?”. Ed il Governatore, per tutta risposta: “guardi presidente, che io di banche parlo solo con il ministro dell’economia”, del quale, peraltro, il presidente del consiglio è il capo. Ecco, per quanto ci sforziamo, un dialogo così non riusciamo a concepirlo. E dire che quei Governatori non erano scartine: si chiamavano Menichella, Carli, Baffi, Ciampi, per citarne alcuni.
Questo incredibile scambio di batture, invece, sarebbe avvenuto tra Matteo Renzi e Ignazio Visco. Scrivo “sarebbe” perché nonostante abbiamo potuto sentire il racconto di Visco di fronte alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle malefatte delle Banche, io stento a crederlo. L’autonomia della Banca d’Italia è fuori discussione. Ma qui si tratta di tenere informato il capo del governo su una situazione cruciale per la vita del Paese, che il governo stesso sarebbe stato chiamato a fronteggiare, con mezzi e ruoli diversi.
Sia vero o meno quanto dichiarato da Visco, il fatto stesso che abbia potuto dirlo, oltretutto nell’indifferenza generale, dimostra due cose. La prima, è il fallimento della Commissione sulle Banche, che è andata avanti tra banalità, strumentalizzazioni e reticenze, senza niente aggiungere a quello che già si sapeva o intuiva. La seconda cosa è, a mio parere, la più preoccupante. La politica è moribonda se Visco può tranquillamente affermare, in una sede tanto solenne, che al presidente del consiglio non ha voluto parlare della situazione di una banca in fortissima crisi. L’Italia è definitivamente in mano alla casta tecnocratica e alla finanza? La politica e le Istituzioni possono essere tranquillamente ignorate? O, peggio, si può tranquillamente rispondere “fatti gli affari tuoi” al capo del governo?
Ho nostalgia di Amintore Fanfani. Il sei volte presidente del consiglio capì, nell’immediato dopoguerra, che occorreva affrancare la politica dal condizionamento dei poteri forti. Ed anche per questo, oltre che per propria dottrina economica, dette grande impulso al sistema delle partecipazioni statali. Un sistema che contribuì allo sviluppo del Paese, in equilibrio tra intervento pubblico ed iniziativa privata. Ci furono certo tante, troppe, degenerazioni di carattere clientelare, ma anche ottimi esempi di aziende al passo con i tempi e l’innovazione. Tale sistema, è noto, è stato smantellato e svenduto negli anni ruggenti di tangentopoli, tra beceri furori giustizialisti ed astute appropriazioni nel silenzio più complice e assoluto. Di pari passo, una vecchia classe politica, annichilita e braccata, venne sostituita da una nuova che barattava il primato della politica in cambio del proprio effimero successo.
Oggi molti sono i problemi che affliggono l’Italia e che parlano direttamente alla pancia delle persone: povertà, sicurezza, lavoro, etc. Come quelli di ieri, anche i populisti di oggi puntano su questi bisogni. E’ difficile fare capire che, per risolverli, la condizione di tutte le condizioni è il ripristino del primato della politica e della democrazia trasparente. Ma non c’è altra strada.
Nicola Cariglia

Il comportamento di Visco potrebbe spiegarsi come un tentativo di non consentire al “Presidente del Consiglio” di insabbiare uno scandalo che in parte lo vedeva coinvolto. Tra i misteri d’Italia, potrebbe essere inserito anche questo.