
Se davvero Nicolás Maduro è stato rimosso con un’operazione americana, la tentazione istintiva è dire: era ora. Un regime che da anni vive di propaganda, paura e controllo, con un Paese ridotto a fare i conti con una crisi economica che non lascia spazio a illusioni, non merita indulgenze. E sullo sfondo ci sono accuse pesantissime: narcotraffico, corruzione, elezioni manipolate, un potere tenuto insieme più dalla paura che dal consenso.
Fin qui, tutto ok. È la parte in cui ti sembra di stare dalla parte giusta, e spesso lo sei. Il problema è l’altra metà della storia: come ci arrivi.
La modalità con cui questa rimozione viene raccontata ha il sapore della scorciatoia. E le scorciatoie, in politica estera, sono benzina vicino a un fiammifero. Anche quando il bersaglio è indifendibile, il metodo crea precedenti. E i precedenti non restano mai proprietà privata di chi li inaugura. In un mondo interconnesso, ogni gesto diventa un modello esportabile. Oggi lo fai tu perché ti conviene o perché lo ritieni giusto, domani lo farà qualcun altro con la stessa formula, ma con intenzioni opposte.
Qui entra Trump, il MEGAMAGA de’ noantri, che più che un leader sembra un fenomeno da baraccone senza freni. Un flagello che si abbatte ottusamente, convinto che la forza sia sempre sinonimo di soluzione. E invece la forza, quando serve, ha bisogno di un perimetro, di una logica, di un minimo di responsabilità. Altrimenti non risolve, spacca. Non sistema, trascina.
Se poi la sensazione è che l’operazione sia stata camuffata da un accordo preventivo, o resa digeribile con una narrativa pronta all’uso, allora la ferita non è solo venezuelana. È internazionale. Perché il messaggio che passa è semplice e tossico: la sovranità è un optional, le regole sono decorazioni, conta chi può.
Non si tratta di morale, è matematica geopolitica. In un mondo globalizzato ogni strappo fa il giro del pianeta in sei minuti netti: diventa reazione a catena. Alimenta rancori, paure, instabilità. Il Venezuela non è un’isola lontana che può bruciare senza scottarci. Quello che succede lì si infiltra nelle alleanze, nei mercati, nei flussi migratori, negli equilibri regionali, e alla fine arriva sempre anche altrove.
Sì, Maduro andava rimosso. E María Corina Machado, oggi in esilio, è pronta a rientrare in patria e a rimettere in piedi un’idea di democrazia erosa da anni di regime. Ma se lo rimuovi così, rischi di costruire un mondo dove la rimozione diventa il linguaggio standard. E quando quel linguaggio diventa comune, non lo controlli più. Oggi lo usi contro un dittatore, domani può essere usato contro un governo scomodo, dopodomani contro chiunque intralci interessi economici, rotte, risorse.
Alla fine la domanda vera è questa: Maduro meritava la fine politica, certo. Ma il prezzo della scorciatoia lo pagherà solo Caracas, o lo pagheremo tutti, a rate, nel prossimo giro di crisi globale, sulle onde delle escandescenze trumpiane.
Piero Terracina

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