
di Antonio Missiroli*
La nebbia della guerra – come von Clausewitz definiva l’urgenza e allo stesso tempo l’incertezza generate da ogni conflitto – ha in gran parte offuscato le dichiarazioni fatte da Emmanuel Macron alla base navale di Île Longue, in Bretagna, pochi giorni fa. É tradizione, infatti, che ogni presidente della Quinta Repubblica, nel corso del suo mandato, dedichi almeno un discorso alla strategia nucleare del paese: Macron lo aveva già fatto durante il suo primo quinquennato – nel febbraio 2020, all’Ecole de Guerre di Parigi – ma ha giustamente ritenuto opportuno e necessario aggiornare l’approccio della Francia anche alla luce di tutto quello che è successo da allora, in Europa e nel mondo.
E va dato atto al presidente di essersi spinto molto in avanti nel suo sforzo – peraltro non nuovo – di ricalibrare la dottrina francese alla congiuntura strategica di questo scorcio del 21esimo secolo. A Île Longue, che ospita fra l’altro i sottomarini nucleari che assicurano a Parigi la cosiddetta second strike capability indispensabile a garantire la deterrenza ‘minima’ (fondata sulla ‘stretta sufficienza’) che guida da sempre la force de frappe, Macron ha innanzitutto annunciato che la Francia rafforzerà il proprio arsenale nucleare – attualmente attorno alle 290 testate – e che anzi, d’ora in poi, non ne comunicherà più l’entità numerica. In altre parole, in un contesto in cui, dal mese scorso, è decaduto anche l’ultimo trattato ancora esistente per il controllo degli armamenti strategici (New START), Parigi si adegua e, pur non impegnandosi a una corsa al riarmo nucleare che non si potrebbe comunque permettere, segnala la propria determinazione a rendere più complesso il calcolo dei rischi per qualunque aggressore.
La deterrenza ‘avanzata’
L’aspetto più importante del discorso di Macron, tuttavia, riguarda la formulazione della nuova dottrina sulla deterrenza “avanzata”, in base alla quale la Francia ora assegna esplicitamente una “dimensione europea” alla propria dissuasione. D’ora in poi, infatti, Parigi coinvolgerà sistematicamente alcuni partner ed alleati europei nelle proprie esercitazioni nucleari Poker (che si tengono tre-quattro volte all’anno) con l’intento di familiarizzarli sempre più alla postura francese: la partecipazione sarà solo con forze convenzionali, senza alcuna condivisione di comando e controllo (che restano responsabilità esclusiva del capo dello Stato francese), ma anche senza contributi finanziari (un’eventualità discussa tempo fa dal Bundestag tedesco). I paesi che Macron ha fin d’ora invitato sono Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Olanda, Polonia e Svezia – ma con la Germania considerata come il ‘partner chiave’ in questa iniziativa, che prevede anche il lancio di un gruppo di lavoro congiunto franco-tedesco sulle questioni nucleari. Non ha invece menzionato l’Italia – che pure era stato il primo (e finora unico) paese ‘terzo’ ad essere coinvolto in Poker, nel 2022, con un aereo cisterna per il rifornimento in volo – ma ha lasciato la porta aperta ad altri possibili partecipanti. La Norvegia, ad esempio, è interessata.
Lo schema, che verrà messo in atto già da quest’anno, non è certo paragonabile alla pratica di nuclear-sharing in vigore nella NATO, che prevede fra l’altro lo stazionamento di testate nucleari (americane) in alcuni paesi europei e l’impiego di equipaggi multi-nazionali per il loro eventuale impiego (ma sempre sotto autorità americana). Macron, del resto, lo ha definito soltanto ‘complementare’ – e dunque non alternativo o sostitutivo – rispetto alle garanzie offerte dall’Alleanza, e solo implicitamente supplementare, in caso di dubbi sulla disponibilità americana ad attivare l’articolo 5. Come complementare alla NATO era stata d’altronde presentata anche l’intesa franco-britannica sul nucleare contenuta nella Dichiarazione di Northwood dell’estate scorsa, e comunque la Francia continua a non partecipare alle riunioni del Nuclear Planning Group della NATO, anche se non mancano le voci (anche a Parigi) che auspicano un suo maggiore coinvolgimento, magari solo da osservatore, almeno in un primo tempo.
Ma non c’è dubbio che il discorso di Macron rappresenti un passaggio importante e promettente per la ridefinizione della politica di sicurezza e difesa degli europei in questa fase convulsa delle relazioni internazionali e strategiche – ed è stato salutato come tale tanto a Berlino quanto a Varsavia. Il presidente avrebbe forse voluto spingersi anche oltre ma, probabilmente, non ha potuto: è appena entrato nell’ultimo anno del suo mandato, è alla vigilia di una delicata scadenza elettorale a livello municipale, con un governo senza maggioranza parlamentare e con la concreta prospettiva di un’affermazione del Rassemblement National alle presidenziali del 2027. Prendere impegni che chi gli succederà all’Eliseo potrebbe immediatamente cancellare avrebbe gravi conseguenze sulla credibilità strategica complessiva della Francia.
Al di là (o al di qua) del nucleare
Piuttosto, è legittimo chiedersi se l’enfasi sulla deterrenza nucleare – che pure è benvenuta, soprattutto di fronte all’incertezza sulla postura americana – non rischi di offuscare, a sua volta, la centralità della deterrenza convenzionale, di quel ‘riarmo’ cioè che appare sempre più urgente di fronte all’escalation in atto dell’uso della forza militare nelle relazioni internazionali. Da questo punto di vista, anzi, proprio la Francia si sta rivelando un partner difficile, che si tratti della messa in atto di progetti industriali congiunti (come il FCAS, il caccia di nuova generazione, che ha visto Dassault mettere in questione l’accordo originario con Airbus) o del possibile coinvolgimento di alleati non-UE (a cominciare dalla Gran Bretagna) nei programmi di finanziamento della difesa adottati di recente da Bruxelles. Un impiego rapido, efficiente ed efficace delle nuove risorse messe a disposizione dei governi europei per la difesa è infatti essenziale per far fronte a minacce che appaiono oggi più plausibili rispetto ad un eventuale attacco nucleare. Uno degli scenari più accreditati dagli analisti, ad esempio, è quello di un’aggressione (più o meno ‘ibrida’) della Russia ai paesi baltici, alla quale sarebbe difficilmente immaginabile rispondere con il ricorso (o la minaccia del ricorso) all’arma nucleare. É probabilmente a questo tipo di minaccia che andrebbe data priorità, non solo nella definizione delle capacità comuni da sviluppare e rafforzare ma anche nell’approccio strategico da adottare. Ben venga, dunque, l’iniziativa di elaborare una nuova ‘strategia di sicurezza e difesa’ dell’UE, a cui ha accennato di recente Ursula von der Leyen, soprattutto se contribuirà a maggiore convergenza e coerenza fra gli approcci rispettivi dei governi e delle stesse istituzioni europee.
Antonio Missiroli
*Istituto Ispi

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