“Io credo nell’intelligenza degli oggetti d’arte, essi riconoscono l’amatore, lo chiamano, gli fanno: psss! pss!”. Con questa frase di Honoré de Balzac si chiude il percorso della mostra “I Macchiaioli. Le collezioni svelate” che si può visitare nelle sale del Chiostro del Bramante, a Roma, fino al prossimo 4 settembre. Anche io – a mio modo ‘amatore’ – mi sono lasciato attrarre dal richiamo familiare (in quanto toscano) ma irresistibile di un compendio così significativo per quantità (circa 120 dipinti) e per qualità (degli artisti, i più bei nomi della corrente e qualcosa di più). Il trait d’union è costituito dalla provenienza delle opere – tutte da quadrerie private – per cui è ben possibile che alcune o molte tra esse siano state raramente (se non mai) ammirate dal pubblico. Il concetto di collezionista/collezione vi è setacciato in apertura, con una rassegna di citazioni in cui spiccano quelle di Albert Camus (“Fare collezione significa essere capaci di vivere il proprio passato”) e – la più fulgida – di Walter Benjamin (“Il collezionista si trasferisce idealmente non solo in un mondo remoto nello spazio e nel tempo, ma anche in un mondo migliore, dove le cose sono libere dalla schiavitù di essere utili”). La sale sono nove e corrispondono ciascuna ad una collezione di provenienza: quella del mecenate dei Macchiaioli, Diego Martelli, e quelle degli artisti Cristiano Banti, Gustavo Sforni, Rinaldo Carnielo, Mario Galli, dell’imprenditore Edoardo Bruno e poi di Enrico Checcucci, Camillo Giussani, Mario Borgiotti.
Alla curatrice della mostra, Francesca Dini, è spettato il compito di ricostruire la vicenda di questi personaggi, dando “spessore alle loro personalità di uomini reali, con abitudini e impegni lavorativi”, per legarla in forma esauriente e non meramente anedottica alle opere e in parte alle vite degli esponenti del più importante movimento pittorico italiano del XIX° secolo. Si è dovuta calare – come spiega nel testo introduttivo del catalogo – nella Firenze a cavallo tra Ottocento e Novecento, la città ridisegnata dall’architetto Poggi che procedeva nella sua vivace espansione urbanistica. Dunque l’angolo visuale, unito alla dimensione quali-quantitativa delle opere, conferisce all’evento espositivo un valore in un certo senso inedito, idoneo ad intercettare curiosità e interesse.
Non posso fare a meno, a questo punto, di citare alcuni tra i più bei dipinti (un vezzo, di sicuro, poiché un giudizio di bellezza – a maggior ragione se espresso da un amatore profano – ha valenza tutta soggettiva), da “I promessi sposi” di Lega all’“Uliveta a Settignano” di Signorini, dalla “Pineta a Tombolo” di Fattori ad un gruppo di splendide tavolozze del Borrani, tutte concepite nel tipico formato e raffiguranti la Castiglioncello che fu e che (oggi) non si immaginerebbe; per non parlare di opere che rivelano una sensibilità impressionista (dalla “Marina” di Stevens al “Campo di neve” di De Nittis) e incontrando finanche manufatti più tardi, dei primi due decenni del XX° secolo, come la splendida “Bambina con fiocco rosso” e lo “Sforni in veranda che legge” del post-macchiaiolo Ghiglia, l’”Osteria chiusa” e il “Paesaggio rosa con figura” di Lloyd, la “Contadina” e i “Tre pagliai” di Puccini. In tutto e per tutto una lunga e piacevole scorribanda, per gli occhi e un po’ anche per lo spirito.
Paesaggio rosa con figura
1916
Olio su tavola, 17,2×23,2 cm
Collezione privata
Credito fotografico: Antonio Quattrone
Bambina con fiocco rosso
1911
Olio su cartone, 37,7×33,4 cm
Collezione privata
Credito fotografico: Antonio Quattrone
Uliveta a Settignano
1885 ca.
Olio su tela, 50×78 cm
Collezione privata
Casa e marina a Castiglioncello
1862
Olio su tela, 16,5×61 cm
Collezione privata





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