D’accordo abbiamo forzato il titolo per catturare l’attenzione del lettore, anche se passa il Referendum proposto dal Governo Città Metropolitane e Province non verranno cancellate con un colpo di spugna. Come del resto non sono state cancellate per nulla dalla riforma “Del Rio”, così come lo sperava l’immaginario collettivo nazionale, trasformandole invece in enti intermedi di secondo livello (Città Metropolitane per i principali e più grandi capoluoghi di regione e nuove Province per i centri più piccoli) lasciate nel caos dell’interpretazioni delle nuove competenze e della programmazione finanziaria ma con la sola novità: non sono più i cittadini ad eleggere direttamente chi le deve governare ma bensì sindaci e consiglieri comunali del territtorio. E addirittura le Città metropolitane quando eleggono il sindaco del capoluogo se lo trovano pure al vertice dell’istituzione con il titolo di “Sindaco metropolitano” scimmiottando le esperienze oltre trentennali delle grandi città europee quali Londra e Parigi. Sono mesi, anzi anni che su queste colonne, scomodando il celebre ragionier Fantozzi del bravissimo Paolo Villaggio, sosteniamo che la riforma del Del Rio varata in tutta fretta sulla spinta antipolitica nazionale e anti sprechi sia “una cagata pazzesca” e, come detto sopra, non ha cancellato le province riducendo i costi di gestione di esse ma al contrario ha gettato nel caos istituzionale e finanziario una delle istituzioni più antiche e radicate sul suol patrio. Le province come enti esistevano prima dell’Unità d’Italia come i comuni, mentre le Regioni, previste dalla Costitituzione repubblicana sono state istituite solo nel 1970. E a confermare tutti i nostri dubbi ora si sta muovendo anche l’Unione delle Province Italiane (Upi) che ha chiesto un summit urgente col governo Renzi (per due mandati giovanissimo presidente della Provincia di Firenze).
Ma se passa il referendum costituzionale, cosa serve che Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli votino per il rinnovo delle Città Metropolitane?
Infatti in caso di esito positivo della consultazione referendaria di novembre la riforma Istituzionale comporterebbe l’eliminazione delle Province quale ente costitutivo della Repubblica. Il ruolo delle Città metropolitane va reso operativo liberandolo da questioni emergenziali attribuendogli ruolo di vera innovazione e traino dello sviluppo del Paese.
“Chiediamo un incontro in tempi rapidi al Governo e alle Regioni per risolvere le questioni, che sono rimaste sul tavolo dopo la prima approvazione alla Camera del decreto legge sugli enti locali, e che ci permetta anche di affrontare da subito la discussione sulla legge di stabilità 2017”. Lo ha affermato Dario Nardella, sindaco di Firenze e coordinatore delle Città metropolitane Anci, al termine della riunione del coordinamento dei sindaci delle Città metropolitane, che si è svolta la scorsa settimana.
“Accanto a questo – prosegue Nardella – è importante anche affrontare insieme al Governo e alle Regioni il tema del definitivo assetto istituzionale delle Città metropolitane, avviando una fase due, soprattutto alla luce del referendum costituzionale che, in caso di esito positivo – sottolinea il sindaco di Firenze -comporterebbe l’eliminazione delle Province quale ente costitutivo della Repubblica. Il ruolo delle Città metropolitane va reso operativo liberandoci da questioni emergenziali attribuendo ruolo di vera innovazione e traino dello sviluppo del Paese. Al coordinamento erano presenti, oltre a Nardella, il presidente del Consiglio Nazionale Anci e sindaco di Catania, Enzo Bianco, i sindaci metropolitani Antonio Decaro (Bari), Marco Doria (Genova), Luigi de Magistris (Napoli) e Renato Accorinti (Messina) oltre a rappresentanti delle Città metropolitane di Milano, Roma, Venezia e Palermo. Una richiesta forte che a nostro avviso andrebbe sostenuta non solo dai sindaci delle grandi città ma anche dagli 8500 primi cittadini del Belpaese. Senza tornare al vecchio sistema elettorale e all’ordinamento precedente delle province sarebbe sufficiente che a queste venisse data maggiore autonomia finanziaria e normativa nella richiesta e nell’utilizzo dei fondi europei in deroga alla rigidità del patto di stabilità come avviene nel resto d’Europa dove sono le stesse province ad attingere ai finanziamenti di Bruxelles per la realizzazioni di importanti opere o servizi attesi dalla collettività del territorio interessato.

Lascia un commento