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Ma questo pazzo mondo… In quale direzione sta andando?

Ci sono momenti nei quali sembra che non stia succedendo nulla di veramente decisivo, ma spesso sono proprio quelli nei quali il mondo cambia più velocemente. Oggi abbiamo due guerre aperte, una in Europa e una in Medio Oriente, un presidente americano che tra poche settimane si giocherà buona parte del proprio peso politico nelle elezioni di metà mandato, una Russia sempre più isolata che tenta di trascinare l’Europa dentro la propria guerra attraverso provocazioni, sabotaggi e disinformazione, una Cina che osserva tutti senza sposare realmente nessuno e un’Unione Europea che, quasi contro la propria tradizione, sembra avere finalmente deciso di non restare ferma ad aspettare.

di Piero Terracina | 15 Settembre 2026

Ci sono momenti nei quali sembra che non stia succedendo nulla di veramente decisivo, ma spesso sono proprio quelli nei quali il mondo cambia più velocemente. Oggi abbiamo due guerre aperte, una in Europa e una in Medio Oriente, un presidente americano che tra poche settimane si giocherà buona parte del proprio peso politico nelle elezioni di metà mandato, una Russia sempre più isolata che tenta di trascinare l’Europa dentro la propria guerra attraverso provocazioni, sabotaggi e disinformazione, una Cina che osserva tutti senza sposare realmente nessuno e un’Unione Europea che, quasi contro la propria tradizione, sembra avere finalmente deciso di non restare ferma ad aspettare.

In Ucraina Putin continua una guerra che doveva durare poche settimane e che dopo oltre quattro anni non gli ha consegnato la vittoria promessa. A questo punto Mosca ha bisogno soprattutto che gli europei si stanchino prima dei russi. Da qui la guerra ibrida, i cyberattacchi, le interferenze politiche, i sabotaggi, le provocazioni e tutto ciò che può creare paura e alimentare l’idea che aiutare Kyiv costi troppo. Putin non vuole una guerra diretta con la NATO, sa perfettamente cosa comporterebbe, ma ha bisogno di coinvolgere l’Europa abbastanza da costringerla prima o poi a cercare una via d’uscita. Il suo obiettivo è arrivare a un tavolo delle trattative presentandosi non come quello che non è riuscito a vincere, ma come quello senza il quale non si può fare la pace.

Il risultato, almeno fino ad oggi, è però quasi opposto. Putin voleva allontanare la NATO e si è ritrovato dentro Finlandia e Svezia. Voleva dividere l’Europa e ha risvegliato una discussione sulla difesa comune che per trent’anni era rimasta soprattutto sulla carta. Oggi l’UE parla di munizioni, droni, difesa aerea, industria militare, sicurezza informatica e acquisti comuni con una concretezza che prima del 2022 sarebbe sembrata fantascienza.

Poi c’è l’altra guerra, quella che sta facendo sentire i propri effetti molto più lontano dal luogo nel quale si combatte. Lo scontro tra Israele e il regime iraniano esiste da decenni. Gli ayatollah hanno costruito nel tempo una rete di proxy, Hezbollah, Hamas, milizie sciite e Houthi, finanziandoli e armandoli dentro una strategia nella quale l’eliminazione di Israele è rimasta una costante della retorica politica iraniana. Israele ha combattuto per anni contro i tentacoli senza colpire fino in fondo la testa. Trump ha cambiato la scala dello scontro portando direttamente gli Stati Uniti nella guerra contro Teheran e trasformando definitivamente un confronto regionale in una crisi internazionale.

Ed è qui che il problema comincia ad arrivare anche nelle nostre tasche. Hormuz non è un nome esotico sulla carta geografica, è uno dei passaggi attraverso i quali scorre il sangue energetico dell’economia mondiale. Se il traffico nello Stretto si blocca o anche soltanto diventa troppo rischioso, il petrolio sale, aumentano le assicurazioni, aumentano i trasporti e alla fine aumenta tutto il resto. Dall’altra parte della penisola arabica gli Houthi stanno tentando di strangolare anche il passaggio attraverso il Mar Rosso e Bab el Mandeb, mettendo sotto pressione un’altra delle arterie fondamentali tra Asia ed Europa. Il petrolio sopra i cento dollari non è quindi una fiammata speculativa caduta dal cielo, ma il conto che il conflitto sta già presentando al resto del mondo.

Trump si ritrova così dentro una guerra che pesa anche sulla politica americana proprio mentre arrivano le midterm. Se a novembre i repubblicani perdessero la Camera, o peggio ancora il controllo del Congresso, gli ultimi due anni della sua presidenza cambierebbero completamente. Indagini, commissioni parlamentari, bilanci e scontro legislativo diventerebbero quotidiani e anche un nuovo impeachment potrebbe tornare nel gioco politico. Non sarebbe una defenestrazione istituzionale automatica, ma potrebbe trasformarsi in una pesantissima defenestrazione politica, fino a spedire Trump, metaforicamente, nel cassonetto dell’indifferenziata della politica americana.

Il punto interessante è che l’Europa non sembra più intenzionata ad aspettare novembre per decidere che cosa fare della propria vita. Per decenni abbiamo delegato buona parte della nostra sicurezza agli Stati Uniti dando per scontato che Washington sarebbe rimasta sempre uguale a se stessa. Trump ha dimostrato quanto fosse ingenua questa convinzione. Quando continui a ripetere agli alleati che potrebbero dover fare a meno di te, prima o poi quelli cominciano davvero a organizzarsi per poterne fare a meno.

E infatti intorno all’Europa stanno cominciando a muoversi anche altri. Il Canada, pur rimanendo inevitabilmente legato agli Stati Uniti, è entrato direttamente nei programmi europei per la difesa. Il Giappone sta approfondendo il rapporto con Bruxelles sulla sicurezza e sulle tecnologie strategiche. Non stanno abbandonando Washington, stanno semplicemente comprando una polizza contro la sua imprevedibilità.

Persino l’India si sta avvicinando all’Europa mantenendo contemporaneamente rapporti con tutti gli altri. Compra energia dalla Russia, partecipa ai BRICS, coopera con gli Stati Uniti, dialoga con Bruxelles e continua a considerare la Cina il principale concorrente asiatico. Non è confusione, è esattamente la politica che l’India vuole fare: stare con tutti abbastanza da non dipendere da nessuno.

Ed è anche la dimostrazione che raccontare i BRICS come un blocco compatto alternativo all’Occidente è una semplificazione che non regge. India e Cina sono concorrenti strategici, India e Pakistan rimangono avversari storici, mentre il Pakistan dipende molto più pesantemente dalla Cina ma deve continuare a mantenere rapporti con Washington e con le monarchie del Golfo. Sono Paesi che siedono allo stesso tavolo perché conviene farlo, non perché abbiano deciso di diventare una famiglia.

La Cina fa lo stesso con la Russia. Pechino sopporta Mosca perché le conviene, non perché abbia scoperto improvvisamente una fratellanza ideologica. Il mercato russo è troppo piccolo, poco popolato rispetto alla vastità del territorio e con una capacità di consumo troppo limitata per essere veramente importante per l’economia cinese. Alla Cina interessano molto di più le materie prime, l’energia e soprattutto la possibilità di utilizzare lo spazio russo e le rotte settentrionali come collegamento più rapido verso l’Europa. La Russia per Pechino vale più come territorio, fornitore e corridoio che come cliente.

Il vero cliente importante rimane altrove, e l’Europa ne fa parte a pieno titolo. Per questo la Cina non ha alcun interesse a seguire Putin fino a trasformare Bruxelles in un nemico strutturale. Pechino farà sempre gli interessi di Pechino e, quando gli interessi cinesi e quelli russi smetteranno di coincidere, non serviranno molte riunioni dei BRICS per capire quale dei due verrà sacrificato.

E forse è proprio questo che stiamo osservando: non la nascita di due nuovi blocchi contrapposti, ma la fine del mondo ordinato in due campi. Gli Stati Uniti rimarranno la maggiore potenza occidentale, ma non potranno più considerare automatico l’allineamento degli alleati. La Cina continuerà a crescere cercando mercati e influenza senza caricarsi sulle spalle i problemi russi. L’India farà l’India, il Pakistan cercherà di non essere schiacciato tra Cina e India, Putin continuerà a cercare un tavolo che gli consenta di uscire dignitosamente da una guerra diventata molto diversa da quella immaginata nel 2022.

In mezzo c’è l’Europa, che per una volta potrebbe avere capito la lezione prima che sia troppo tardi. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, l’incertezza americana, le rotte energetiche sotto pressione e la competizione con la Cina stanno dicendo tutte la stessa cosa: senza autonomia industriale, energetica, militare e politica non esiste vera sovranità.

Non significa diventare nemici degli Stati Uniti e nemmeno costruire una fortezza europea. Significa semplicemente smettere di pensare che qualcun altro debba necessariamente occuparsi della nostra sicurezza, della nostra energia e del nostro futuro.

Dove sta andando, allora, questo pazzo mondo? Probabilmente verso un sistema più complicato, meno prevedibile e anche più pericoloso, nel quale le alleanze rimarranno ma nessuno potrà più permettersi di affidare completamente il proprio destino a un altro.

Forse non sarà un mondo migliore, ma sarà quello con cui dovremo fare i conti.

Piero Terracina

Pubblicato in : Editoriale, Esteri, Non sanno quello che dicono

Info Piero Terracina

Mi chiamo Piero Terracina, ho 70 anni, lavoro nel campo delle chitarre dal 1979 e sono un punto di riferimento per molti musicisti.

Ma questa è solo una parte di ciò che sono.

Sono ebreo, panteista, visionario. Non appartengo a nessuna corrente politica, assolutamente apartitico.

Da cinquant’anni studio storia, politica ed economia. Non per mestiere, ma per necessità. Perché capire il mondo non è un passatempo: è un dovere. Scrivo per onestà intellettuale, per rimettere ordine dove il pensiero si è fatto confuso, omologato, pigro.

Non ho mai accettato verità impacchettate né morali a comando.
Credo nella responsabilità personale, nel dubbio, nella tradizione, nella libertà del pensiero critico.
Non appartengo a nessuno. E non scrivo per piacere: scrivo perché tacere, a volte, è peggio che sbagliare.

Da me troverai solo lavori fatti con le mani e idee scolpite con la testa.

Senza slogan. Senza bandiere. Solo ciò che penso. Solo ciò che faccio.

A settembre 2026 ho fondato il sito Volo Radente (www.voloradente.eu) dove pubblico i miei articoli riprodotti anche su Pensalibero.it

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