
La domanda è meno ideologica di quanto sembri. Nel 2026 esiste realmente uno Stato palestinese? Non una bandiera, non una rappresentanza diplomatica, non una proclamazione, non uno status attribuito dalle Nazioni Unite. Uno Stato nel significato concreto del termine: territorio, confini, governo, sovranità, economia, bilancio, sicurezza, sanità, welfare, diplomazia e capacità di far rispettare le proprie decisioni. Se usiamo questo metro, una Palestina pienamente sovrana, territorialmente unitaria e autodeterminata oggi non esiste.
Il nome Palestina è antico. Uno Stato nazionale palestinese sovrano no. Nel II secolo dopo Cristo la provincia romana si chiamava Judaea, Giudea. Tra il 132 e il 135 d.C. Simon Bar Kokhba, ebreo, guidò una grande rivolta ebraica contro Roma. Dopo la repressione la provincia venne denominata Syria Palaestina. Il nome Palestina era già utilizzato in precedenza come denominazione geografica, ma questo non dimostra l’esistenza di uno Stato palestinese antico. Dimostra soltanto l’esistenza di un nome geografico applicato nei secoli a un territorio governato da poteri diversi.
Dopo Roma arrivarono Bizantini, poteri islamici, crociati, Ayyubidi, Mamelucchi e Ottomani. La dominazione musulmana durò per secoli, ma non produsse uno Stato nazionale palestinese indipendente nel significato moderno. Quando l’Impero ottomano crollò dopo la Prima guerra mondiale, la Palestina non era uno Stato sovrano. Divenne un territorio mandatario amministrato dalla Gran Bretagna. Nel 1947 l’ONU propose la divisione della Palestina mandataria in uno Stato ebraico e uno Stato arabo. Nel maggio 1948 nacque Israele. Lo Stato arabo previsto dal piano non nacque. Israele quindi non cancellò uno Stato palestinese sovrano preesistente, perché quello Stato non esisteva.
Dopo la guerra la Cisgiordania finì sotto controllo giordano e Gaza sotto amministrazione egiziana. Nemmeno tra il 1948 e il 1967 venne costituito uno Stato palestinese indipendente. E quelli che oggi vengono chiamati abitualmente “confini del 1967” erano in realtà le linee armistiziali del 1949, diventate successivamente il riferimento diplomatico principale per una possibile divisione territoriale. Non erano i confini di uno Stato palestinese già esistente.
Nel 1988 il Palestine National Council proclamò ad Algeri lo “Stato di Palestina”. Fu una dichiarazione politica. Non comparvero improvvisamente un territorio sotto controllo palestinese, frontiere definitive, una sovranità unitaria e un apparato statale pienamente autonomo. Nel 2012 l’Assemblea generale dell’ONU attribuì alla Palestina lo status di Stato osservatore non membro. È uno status giuridico e diplomatico all’interno delle Nazioni Unite, non la materializzazione automatica di una sovranità sul terreno. Ancora oggi la stessa ONU distingue quello status dalla realizzazione di uno Stato palestinese indipendente, sovrano, contiguo e vitale.
Qui bisogna abbandonare le parole e guardare alla sostanza. Uno Stato deve poter governare. Deve disporre di un’autorità capace di esercitare il proprio potere sul territorio, approvare e sostenere un bilancio, riscuotere entrate, organizzare sanità, welfare, istruzione, sicurezza, giustizia e infrastrutture, sviluppare un’economia e mantenere rapporti diplomatici autonomi. Nel 2026 manca ancora un’autorità palestinese unitaria che eserciti pienamente queste funzioni sull’intero territorio rivendicato. Mahmoud Abbas deriva la propria elezione presidenziale dal voto del gennaio 2005. Le ultime elezioni legislative nazionali risalgono al gennaio 2006, quando Hamas conquistò la maggioranza dei seggi. Da allora la frattura politica tra le diverse componenti palestinesi non è stata ricomposta attraverso un nuovo mandato elettorale nazionale.
Anche sul piano economico parlare di piena autodeterminazione significa anticipare una realtà che non esiste ancora. Nel 2025 il deficit dell’Autorità Palestinese prima degli aiuti ha raggiunto circa 1,03 miliardi di dollari. I donatori hanno fornito circa 938 milioni e il sistema ha comunque continuato a ricorrere ad arretrati e nuovo indebitamento. Per il 2026 la Banca Mondiale prevede un deficit superiore a 1,2 miliardi prima degli aiuti. Non esiste inoltre una moneta nazionale palestinese, fatto riconosciuto dagli stessi organismi statistici e monetari palestinesi.
Ricevere aiuti internazionali non impedisce di per sé a uno Stato di essere sovrano. Il problema nasce quando dipendenza finanziaria, limitata autonomia fiscale, assenza di sovranità monetaria, frammentazione territoriale e pluralità delle strutture di potere si sommano. A quel punto il riconoscimento diplomatico non basta più a descrivere la realtà materiale.
Ma il problema palestinese non è soltanto amministrativo o economico. È anche politico e culturale. Per decenni una parte importante della cultura politica palestinese non ha costruito la propria identità esclusivamente attorno alla nascita di uno Stato palestinese, ma anche attorno alla lotta contro Israele. Questo elemento non è una fantasia propagandistica. Rapporti internazionali hanno documentato nei materiali educativi palestinesi una forte narrativa della resistenza, passaggi che mettono in discussione la legittimità di Israele, episodi di contenuto antisemita e celebrazioni di responsabili di attacchi violenti. Media legati sia ad Hamas sia, in alcuni casi, a Fatah hanno diffuso contenuti antisemiti e incitamento alla violenza.
Non serve sostenere che ogni famiglia palestinese cresca i propri figli nello stesso modo per riconoscere il problema. Basta osservare ciò che viene insegnato, celebrato e ripetuto da una parte rilevante delle organizzazioni politiche e degli apparati culturali. Uno Stato si costruisce anche educando la propria popolazione alla permanenza dei confini e alla convivenza con il vicino. Se il vicino viene rappresentato come una presenza illegittima destinata prima o poi a scomparire, quella frontiera viene concepita come una tregua, non come una sistemazione definitiva.
Con Hamas il problema è ancora più evidente. La Carta originaria del 1988 concepiva l’intera Palestina in termini religiosi e respingeva la legittimità di Israele. Il documento politico del 2017 ha cambiato parte del linguaggio precedente e ha ammesso la possibilità di uno Stato palestinese sulle linee precedenti al 1967 come formula di consenso politico, ma non ha riconosciuto Israele. La rivendicazione complessiva sulla Palestina storica è rimasta.
Nel 1993 Arafat firmò una lettera nella quale l’OLP riconosceva formalmente il diritto di Israele a esistere in pace e sicurezza. Quel documento è un fatto storico. Ma non diventò mai l’accordo definitivo che avrebbe dovuto chiudere la questione dei confini, di Gerusalemme, dei rifugiati, della sicurezza e della fine del conflitto. Camp David nel 2000 fallì e pochi mesi dopo esplose la Seconda Intifada. Il riconoscimento formale rimase quindi molto diverso dalla trasformazione concreta del conflitto in due sovranità stabili e definitivamente riconosciute.
Ed è questo il punto sul quale una lettura realmente pragmatica deve fermarsi. Israele esiste. È uno Stato sovrano, possiede istituzioni, economia, forze armate, relazioni diplomatiche e una capacità militare che rende priva di concretezza qualsiasi strategia fondata sulla sua futura eliminazione. Dopo quasi ottant’anni e ripetute guerre, continuare a costruire una politica intorno all’idea che Israele sia una presenza provvisoria non avvicina la nascita di uno Stato palestinese. La rimanda.
Uno Stato palestinese può nascere. Nessun dato storico impedisce che una popolazione sviluppi un’identità nazionale moderna e costituisca successivamente uno Stato. Ma per farlo deve compiere ciò che ogni sovranità compiuta richiede: stabilire un’autorità unica, definire il proprio territorio, costruire istituzioni legittimate, sostenere un’economia e un bilancio, amministrare servizi pubblici, esercitare la sicurezza, mantenere rapporti diplomatici e definire confini permanenti.
E un confine permanente significa riconoscere definitivamente chi si trova dall’altra parte. Nel caso palestinese significa Israele.
Questo è il punto che troppe analisi occidentali nascondono dietro formule generiche. “Due Stati” non significa proclamare una Palestina e poi lasciare aperta la rivendicazione sul territorio israeliano. Significa chiudere quella rivendicazione. Significa accettare che Israele non sia una parentesi della storia e che la sovranità palestinese debba essere costruita accanto a quella israeliana, non contro la sua esistenza.
Finché una parte determinante della politica palestinese continuerà a concepire la Palestina non come uno Stato da costruire entro confini definitivi, ma come una rivendicazione territoriale ancora aperta sull’intera Palestina storica, uno Stato palestinese pienamente sovrano continuerà a non nascere. Non serve inventare possibilità militari che non esistono. Israele non verrà cancellato da Hamas, dalla Jihad Islamica o da qualche futura guerra palestinese. Quel percorso ha già dimostrato più volte di non portare alla statualità palestinese.
La questione nel 2026 è quindi molto meno complicata di quanto venga raccontato. La Palestina esiste come denominazione geografica, come identità politica, come rivendicazione nazionale e come entità riconosciuta diplomaticamente. Non esiste ancora come Stato pienamente sovrano, territorialmente unitario, economicamente autonomo e capace di esercitare integralmente le funzioni di una sovranità.
La sua nascita reale non dipenderà dall’ennesima risoluzione. Dipenderà dalla costruzione concreta di quello Stato e dall’accettazione definitiva della realtà che si trova oltre il suo futuro confine.
Israele esiste. Israele resterà. Quando questo dato diventerà una premessa definitiva e non una concessione temporanea, allora la nascita di uno Stato palestinese potrà smettere di essere una rivendicazione e diventare una possibilità concreta.
Piero Terracina

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