Non è stata una ripicca, non è insomma che in Europa, l’Europa di Bruxelles, a forza di dire “ma che vogliono questi inglesi? se se ne vogliono andare che se ne vadano e non ne parliamo più”, alla fine lo hanno fatto per far vedere di cosa sono capaci. Non è insomma una banale risposta in uno banale schema stimolo/risposta, e non è un “segnale” ai burocrati della nuova casta europea, ma una decisione seria, determinata, pensata, in cui una parte consistente del popolo britannico, il 52%, ha creduto fermamente, vedendoci la soluzione giusta per reimpostare il futuro su basi controllabili direttamente e quindi gestibili in prima persona.
L’idea che “to remain” si dovesse come sempre lavorare sulle “concessioni”, da ottenere in estenuanti trattative, è sembrata alla lunga intollerabilmente fumosa, lontana, e anche poco dignitosa. E allora si torna alle “radici”, alla propria unicità, allo “splendido isolamento”. Ma è davvero così? Si vuol davvero tornare a una politica che disdegna il coinvolgimento nei contrasti europei, e che punta a coltivare il proprio impero coloniale e commerciale? Intanto l’impero non c’è più e quanto al commercio, se non hai un’industria competitiva sei tagliato fuori. Si pensi all’industria dell’auto: è vero la G.B. magari produce ed esporta più macchine di un grande paese continentale, ma un’industria di settore britannica non esiste più, sono produzioni giapponesi che usano l’isola come opportunità, per via degli accordi commerciali con l’Europa, per esportare senza dazi. Situazione che non è detto perduri dopo l’esito del “Brexit”.
E non è detto che coloro che hanno votato “to leave” non sappiano tutto ciò. Anzi. La cosa che mi ha colpito di più di questo referendum è stata la trasversalità, non tanto del voto, che è cosa scontata, ma del momento organizzativo. Nelle sedi del movimento per il sì, come quello per il no, c’erano attivisti di ogni partito, il rimescolamento è stato quindi totale. Ancora non si può ipotizzare alcunché di certo, ma forse un cambiamento profondo potrebbe esserci anche nel panorama e nel peso dei tradizionali partiti inglesi.
Ci si preoccupa ora del futuro del Regno Unito, per la sua tenuta, visto che la Scozia e l’Irlanda del Nord sono in maggioranza favorevoli all’Europa, e l’Inghilterra, a parte Londra, no. Ma il voto presenta almeno tre facce: da una parte è frutto di una doppia voglia di autonomia, della vecchia Inghilterra, quella a sud del Vallo di Adriano, dai lacci europei, e di Scozia e Irlanda dall’Inghilterra; poi c’è la questione lavoro: Londra è piena di italiani e, se i calcoli sono giusti, con i suoi 250mila emigrati nostri sembra sia diventata ormai la quinta città italiana (dopo Roma, Milano, Napoli e Torino), ma è piena anche di polacchi e di mediorientali. E qui scatta il terzo motivo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata probabilmente il più grande campo di migranti d’Europa, quello di Calais, descritto, lo si legge nel titolo di un articolo, come “L’inferno dei migranti di Calais tra stupri, sgomberi e ronde xenofobe”. L’idea dell’invasione dell’isola da parte di orde di migranti, la cui selezione è determinata dai proprietari dei barconi, deve aver spaventato, in molti casi terrorizzato, troppe persone perché i supposti vantaggi dell’appartenenza all’Europa facessero impallidire gli svantaggi. Chi ha un po’ di dimestichezza con la storia dovrebbe ricordare un analogo terrore che si impadronì dell’isola all’avvicinarsi dell’ “Invincible armada” spagnola. Tanto che c’è chi arriva a teorizzare che l’homo homini lupus e il bellum omnium contra omnes di Hobbes siano anche il frutto di un parto prematuro della madre del grande filosofo, terrorizzata dalle notizie che si accavallavano nell’isola sull’imminenza dell’arrivo degli spagnoli, i cui riflessi si sarebbero trasmessi al nascituro.
Uno “splendido isolamento” dunque, certo, ma molto difensivo, e che, quanto allo splendore, è tutto da verificare. Aspetto che però non sembra interessare troppo agli inglesi, preoccupati soprattutto di ripristinare quel tanto di isolamento che renda gestibili in prima persona le proprie scelte e il proprio futuro. Intanto per l’immediato c’è un sicuro perdente, Cameron, che ha annunciato le proprie dimissioni, e Farage, che parla di “Independence day”.
Ma è davvero un ritorno allo “splendido isolamento”?
Non è stata una ripicca, ma quello inglese è stato un voto ponderato. È un ritorno alle “radici”, alla propria unicità, allo “splendido isolamento”, ma in un’ottica tutta difensiva. Intanto per l’immediato c’è un sicuro perdente, Cameron, che ha annunciato le proprie dimissioni, e Farage, che parla di “Independence day”.

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