Le primarie hanno un senso se sono e rimangono primarie di coalizione, volte a indicare un candidato ad un incarico istituzionale locale. Mentre rappresentano una vera anomalia se pretendono di invadere le prerogative dei partiti.

Un calo di quasi il 50% rispetto alla partecipazione di cinque anni fa, e in presenza di un’offerta politica più qualificata e importante rispetto ad allora. In questo quadro parlare di “vittoria” del metodo delle primarie è chiaramente una forzatura e lo è, allo stesso titolo, attribuire il, relativo, successo di Doria a Vendola e, men che meno, a SeL.
Per inciso, la campagna elettorale del professore genovese si è mossa in un’ottica che più socialdemocratica non si può, forse per i grandi progetti infrastrutturali certo, ma soprattutto estrema attenzione alla difesa del servizio pubblico come fattore di aggregazione collettiva nella città. Un messaggio che si è affermato soprattutto perché quelli provenienti dal Pd sono risultati non credibili (vedi Vincenzi) o addirittura non pervenuti (vedi Pinotti).
Il tutto a testimoniare una drastica e probabilmente inarrestabile caduta della “capacità di egemonia” del maggiore partito della sinistra italiana, una caduta ulteriormente verificata dalle scomposte reazioni ai risultati del voto (dai rigurgiti paraleghisti del sindaco uscente, tra l’altro fortemente orientato a presentarsi con una lista personale alle elezioni di maggio, sino alle dimissioni in massa dei dirigenti locali), e destinata a manifestarsi in modo ancora più rovinoso nelle prossime primarie palermitane.
Di questo processo, il meccanismo delle “primarie di coalizione” è, al tempo stesso, causa ed effetto. Effetto iniziale perché le varie istanze locali del Pd non hanno più la forza e l’autorevolezza, anche per le divisioni esistenti al loro interno, per imporre ai propri alleati il “diritto di prelazione” del partito pur di gran lunga più forte. Causa successiva perché proprio queste divisioni interne vengono sfruttate da “esterni”, in senso formale o sostanziale – che si tratti di Pisapia o Doria, di Renzi o di De Magistris, di Zedda di Emiliano – per affermare le loro candidature. Un processo che il gruppo dirigente Pd, a partire dallo stesso Bersani, sembra considerare come irreversibile.
E qui si aprono due filoni di riflessione. Che riguardano, insieme,il Pd, e, in un quadro più ampio, il buon uso del sistema delle primarie.
E’ bene ricordare che le primarie sono state, in prima battuta, una invenzione dei vertici, prima dell’Ulivo e poi dello stesso partito democratico, per garantire ai loro leader la necessaria unzione popolare. Se ne sono così avvalsi prima Prodi e poi Veltroni e Bersani, anche se in una prospettiva via via più limitata. Nel primo caso, si trattava di garantire una sorta di “autorità sovranazionale” ad un leader precedentemente scelto, dal Pd e dalla coalizione, come capo di un ipotetico futuro governo, nel secondo di scegliere, all’interno del Pd, il capo del partito e, quindi, del governo, all’interno di un’ipotesi di “autosufficienza”, nel terzo di eleggere il segretario del partito, all’interno di una strategia di alleanze tutta da definire.
Bersani è diventato, ed è successivamente rimasto, il leader del partito (incarico che avrebbe potuto, più correttamente, ricoprire con il semplice voto degli iscritti), e non il leader della coalizione di centro-sinistra. Coalizione che oggi non c’è e che potrebbe riemergere solo nel caso di mantenimento dell’attuale legge elettorale e dell’impossibilità di qualsiasi intesa tra sinistra e centro. E, allora, parlare, qui e oggi, di primarie a sinistra, è pura e semplice provocazione.
Rimane, allora, l’esigenza di regolamentare il fenomeno, e nell’ottica di un suo pieno e corretto funzionamento.
In questo quadro, le primarie hanno un senso se sono e rimangono primarie di coalizione, volte a indicare un candidato ad un incarico istituzionale locale. Mentre rappresentano una vera anomalia se pretendono di invadere le prerogative dei partiti (fatte di diritti e anche di doveri). Così per eleggere il segretario, tanto più in un sistema pluripartitico, è compito degli iscritti, come, con buona pace delle isterie sul “parlamento dei nominati”, sarebbe il caso di ricordare che composizione delle liste e scelta dei candidati spetta, in tutta Europa, agli organismi dei partiti interessati. Patetico poi nel nostro caso, invocare i diritti dei cittadini; perché allora non proporre coerentemente e correttamente il ritorno al sistema delle preferenze?
Ma i nostri “indignados” se ne guardano bene, a riprova del fatto che a loro dei “cittadini in carne ed ossa” importa assai poco, e men che meno interessa la riforma dei partiti, l’obbiettivo vero essendo semplicemente la loro definitiva distruzione.

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