
Ho letto le dichiarazioni di Stefano Bonaccini, eurodeputato del Partito Democratico ed ex presidente della Regione Emilia-Romagna, sul voto al centrodestra e sulla composizione sociale di una parte del suo elettorato: persone con livelli di istruzione mediamente più bassi, residenti nelle periferie e appartenenti alle fasce economicamente più fragili.
Se il dato fosse corretto, però, una forza politica che si definisce progressista dovrebbe porsi una domanda molto diversa.
Non: «Perché queste persone votano a destra?»
Ma: «Perché non siamo più riusciti a rappresentarle?»
È una differenza enorme.
Perché nel primo caso il problema sono gli elettori.
Nel secondo, il problema siamo noi cioè il Pd e il cosiddetto “ campo largo “.
Quando le persone che vivono nelle periferie, nei piccoli centri, nelle aree interne, nei territori più fragili, quelle che hanno meno opportunità, che fanno più fatica ad arrivare alla fine del mese e che si sentono lontane dai luoghi del potere scelgono un’altra proposta politica, prima di giudicare loro dovremmo avere il coraggio di interrogare noi stessi.
Io non provengo dal centrodestra. Sono sempre stato un socialista riformista e liberale. Ormai orfano e dichiaratamente nostalgico di una autentica area laica-liberale-socialista e, naturalmente, della tanto vituperata “ prima repubblica”.
Ed è proprio per questo che faccio fatica ad accettare una certa idea della politica progressista che sembra aver smarrito una cosa fondamentale: la realtà delle persone viene prima delle categorie ideologiche.
E la realtà, nei territori, è spesso molto diversa da quella raccontata nei palazzi della politica.
Ci sono periferie dove il problema non è il dibattito sulle formule politiche, ma un autobus che passa sempre meno, una scuola che perde servizi, un presidio sanitario che chiude, una strada abbandonata, un negozio che abbassa la serranda, un giovane che se ne va perché non trova un lavoro, una famiglia che non riesce più a permettersi una casa.
Ci sono territori che vengono scoperti dalla politica ogni volta che si avvicina un’elezione.
Si inaugurano campagne elettorali, si organizzano incontri, si attraversano piazze e periferie, si stringono mani, si promettono attenzione e investimenti.
Poi, passata la stagione del voto, quei territori tornano spesso a essere periferici anche per la politica.
Terreno di conquista elettorale, più che luoghi da amministrare e rappresentare.
Ed è forse proprio qui che si trova una parte della spiegazione della distanza crescente tra cittadini e politica.
Le persone non chiedono necessariamente che la politica condivida ogni loro opinione. Chiedono, molto più semplicemente, di essere viste.
Le periferie non hanno bisogno di essere guardate dall’alto in basso. Hanno bisogno di lavoro, servizi, sicurezza, trasporti, sanità, scuole che funzionino, case accessibili e opportunità.
Chi ha meno istruzione non ha bisogno che qualcuno gli spieghi quanto sarebbe arretrato.
Ha bisogno di una politica che gli permetta di migliorare la propria condizione.
Chi sta peggio economicamente non ha bisogno di essere trasformato in una categoria statistica.
Ha bisogno di una politica che torni a parlare concretamente di salari, costo della vita, casa, mobilità sociale e dignità del lavoro.
E soprattutto, chi vota diversamente non è automaticamente un fascista, un ignorante o una persona manipolata.
In una democrazia si può essere in disaccordo.
Si può votare centrodestra.
Si può votare una lista civica.
Si può votare un’altra forza di sinistra.
Si può persino decidere di non votare.
Ma la risposta non può essere sempre quella di delegittimare chi non ci vota.
Perché quando una forza politica comincia a considerare i propri elettori come persone da educare e quelli degli altri come persone da recuperare o, peggio, da giudicare, ha già smesso di fare una cosa essenziale: ascoltare.
E ascoltare significa anche accettare che le persone possano avere priorità diverse da quelle che immaginiamo.
Significa capire che per chi vive in una periferia la sicurezza può essere una questione sociale.
Che per chi vive in un piccolo comune la mobilità può essere una questione di libertà.
Che per una famiglia il costo della vita può essere più importante di qualsiasi sofisticata disputa ideologica.
Che per un giovane la possibilità di costruirsi un futuro nel luogo in cui è nato può valere più di cento dichiarazioni sulla coesione territoriale.
Una sinistra moderna, come la intendo io, dovrebbe partire da qui.
Dai territori, non dalle categorie.
Dal lavoro, non dalle etichette.
Dai bisogni concreti, non dalle appartenenze.
Per questo credo che una certa sinistra post-comunista debba avere il coraggio di fare i conti con la propria storia recente.
Una sinistra che prima è diventata troppo spesso elitaria, distante dai ceti popolari e vicina ai luoghi del potere; che poi, in alcuni passaggi, si è appiattita sul populismo del Movimento 5 Stelle e ha mostrato una certa subalternità culturale verso alcune rivendicazioni dei centri sociali.
Una sinistra che, nel frattempo, non è mai riuscita fino in fondo a compiere quella scelta riformista capace di tenere insieme diritti e doveri, libertà e responsabilità, crescita e redistribuzione, merito e uguaglianza delle opportunità.
Il risultato è che una parte del mondo che avrebbe dovuto naturalmente riconoscersi nella sinistra ha smesso di farlo.
E invece di chiedersi perché, troppo spesso ha preferito spiegare perché quelle persone sbagliavano.
È un errore politico prima ancora che culturale.
Perché il consenso non si pretende e non si eredita.
Si conquista.
E si conquista ogni giorno, amministrando bene, mantenendo le promesse, conoscendo i problemi, frequentando i territori anche quando non ci sono elezioni all’orizzonte.
Un territorio non può essere soltanto una casella da colorare sulla mappa elettorale.
Non può essere un luogo dove andare a prendere voti ogni cinque anni.
Non può essere una periferia da ricordare quando serve una fotografia, un comizio o un consenso.
Deve tornare a essere il luogo nel quale la politica costruisce risposte.
E questo vale ancora di più per una sinistra che voglia definirsi popolare.
Se una parte della società che un tempo guardava alla sinistra oggi vota altrove, non possiamo limitarci a dire che quelle persone sono diventate di destra.
Dobbiamo chiederci : che cosa ha smesso di fare la sinistra?
Ha smesso di ascoltare?
Ha smesso di conoscere i territori?
Ha smesso di parlare di lavoro, salari, servizi, sicurezza e mobilità sociale?
Ha lasciato che le periferie diventassero soltanto luoghi da attraversare durante le campagne elettorali?
E soprattutto: ha confuso il progresso con la distanza dalla realtà?
Sono domande scomode, ma necessarie.
Perché una sinistra che vuole tornare a essere popolare non deve insegnare ai cittadini come votare.
Deve tornare a dare loro una ragione per votarla.
Deve tornare nei territori quando non ci sono telecamere, quando non ci sono elezioni, quando non ci sono voti da conquistare.
Deve ascoltare anche chi la contesta.
Anzi, soprattutto chi la contesta.
Perché se una parte del Paese non si sente più rappresentata, la risposta non può essere costruire un piedistallo ancora più alto dal quale giudicarla.
Bisogna scendere.
Scendere nei territori.
E ricominciare da lì.
Perché forse la domanda più importante, oggi, non è perché tanti elettori abbiano scelto il centrodestra.
La domanda è perché una certa sinistra abbia smesso di dare loro una ragione per scegliere lei.
E questa, per chi vuole davvero costruire una sinistra riformista, popolare e capace di governare, dovrebbe essere una domanda molto più importante di qualsiasi etichetta da appiccicare all’avversario.
Perché se il territorio esiste soltanto quando servono voti, il problema non sono gli elettori.
È la politica.
Francesco Carbini

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