
Cambiano le barbe, cambiano i nomi dei tiranni, ma la messinscena dell’apocalisse è sempre la stessa. Oggi, da Teheran a Washington, lo spettacolo della demenza umana è tornato in scena a reti unificate.
A Teheran c’è un vecchio avvolto nei suoi tabarri oscuri, la Guida Suprema, che dal suo pulpito di certezze assolute ordina al popolo di serrare i ranghi. “Siamo in guerra”, urla lo Stato-teocrazia. Ma quale guerra? Quella che loro stessi hanno covato come un uovo di vipera per decenni, nutrendo le masse di odio e sogni di martirio. Chiedono sacrifici ai giovani, come sempre, mentre i veri burattinai restano al sicuro dietro i muri di cemento armato dei loro palazzi del potere. Chiedono obbedienza cieca in nome di un dio che hanno sequestrato e trasformato in un generale d’armata.
Poi volti lo sguardo verso lo Stretto di Hormuz, quella gola marittima che sembra un imbuto di ferro dove si decide il destino del mondo economico. Le navi del Centcom (è il comando militare strategico delle forze armate degli Stati Uniti) americano sono lì, a fare i netturbini dell’oceano, ripescando le mine navali che gli iraniani hanno seminato nell’acqua nera come se fossero semi di una futura carestia globale. È un gioco geometrico di provocazioni e risposte, un balletto macabro sulla pelle dei marinai e della povera gente.
E infine, dall’altra parte dell’oceano, senti la risposta del cowboy di turno. Donald Trump, con la sua solita sfrontatezza da venditore di palazzi, dichiara che lo Stretto di Hormuz è ormai “nuovo territorio statunitense”. Che mostruosa, delirante arroganza. Come se un pezzo di mare asiatico potesse diventare una provincia del Maryland o un’estensione di Mar-a-Lago con un colpo di retorica elettorale. È la stessa logica imperiale dei vecchi colonialisti britannici, solo ridipinta con i colori della televisione commerciale.
Siamo ostaggi di questo cortocircuito. Da una parte il fanatismo religioso medievale che cerca il sangue per purificare il mondo; dall’altra il bullismo geopolitico occidentale che confonde il diritto internazionale con un contratto di acquisto immobiliare. In mezzo, la verità viene calpestata, affogata in quel corridoio d’acqua dove si rischia di incendiare l’intero pianeta per l’orgoglio di pochi leader megalomani.
Non ci saranno vincitori in questa commedia dell’orrore. Ci sono solo due cecità che si scontrano nel buio del Golfo Persico. Da un lato il Centcom, quel braccio armato di un impero che pretende di ripulire il mare dalle mine mentre i suoi leader ne ridisegnano i confini a colpi di slogan patriottici. Dall’altro, una teocrazia morente che pur di non cadere preferisce trascinare il proprio popolo nell’abisso di una guerra santa.
La verità è che lo Stretto di Hormuz non appartiene a Trump e non appartiene ad Allah. Appartiene alla paura. E mentre i potenti firmano proclami e spostano portaerei, a noi non resta che guardare l’ennesimo pezzo di mondo che brucia, soffocato dal fumo del petrolio e dalla stupidità di chi crede che la Storia si possa governare con un fucile o con un versetto.
Giuseppe Basilico

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