
Oggi l’Islanda torna alle urne su una domanda che sembrava archiviata tredici anni fa: riaprire o no i negoziati di adesione all’Unione europea? Gli ultimi sondaggi danno il fronte del ‘Sì’ e quello del ‘No’ appaiati, con pochi punti di scarto in favore del primo: un esito che resta apertissimo alla vigilia del voto. Sul piano formale, la posta in gioco è contenuta. Se vince il ‘No’, nulla cambia: l’Islanda continuerà a partecipare al mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo (SEE) e a Schengen, restando fuori dall’Ue. Se vince il ‘Sì’, si aprirà soltanto una fase negoziale, il cui esito dovrà comunque passare per un secondo referendum confermativo, da cui lo slogan della campagna per il Sì, ‘Eurocurious’. Più una dichiarazione di interesse che un atto di adesione. Ma se per Reykjavik la posta in gioco è modesta, per Bruxelles non lo è affatto: l’ingresso di un piccolo Paese ricco, stabile e già integrato nel sistema europeo arriverebbe in un momento in cui l’allargamento langue e l’euroscetticismo dilaga nel continente.

L’Islanda ha già un piede nell’Unione?
L’Islanda, circa 400mila abitanti, tra i più piccoli Paesi europei, non è un candidato qualunque. È entrata nell’Associazione europea di libero scambio (EFTA) nel 1970 e nello Spazio economico europeo nel 1994, ottenendo così l’accesso al mercato unico dei 27; fa parte dell’area Schengen, che garantisce la libera circolazione delle persone. Il tema dell’adesione piena, del resto, non è nuovo: Reykjavik aveva presentato domanda nel 2009, all’indomani del collasso del sistema bancario islandese, e i negoziati erano iniziati l’anno successivo. Nel 2013 il nuovo governo di centrodestra guidato da Sigmundur Davíð Gunnlaugsson li aveva sospesi, soprattutto per l’opposizione alla Politica comune della pesca. Quando i colloqui si fermarono, erano stati aperti 28 capitoli negoziali su 33, di cui 11 chiusi provvisoriamente: una base tutt’altro che marginale, tanto che oggi funzionari islandesi ed europei concordano sul fatto che un’eventuale ripresa richiederebbe “mesi, non anni”. La questione della pesca resta però irrisolta. Il settore ittico pesa ancora per quasi il 40% delle esportazioni islandesi, ed è parte integrante non solo dell’economia ma dell’identità del Paese. Il timore, condiviso anche da settori del fronte del Sì, è che l’adesione apra le acque islandesi ai pescherecci del resto d’Europa, replicando dinamiche di sovrasfruttamento già viste nel Mediterraneo e in Canada.
Qualcosa è cambiato?
A riportare il tema al centro del dibattito sono state in buona parte le tensioni internazionali. La guerra russa in Ucraina, l’inasprirsi della competizione nell’Artico e la guerra dei dazi lanciata dal presidente Usa Donald Trump hanno alimentato i timori degli islandesi. Lo scorso gennaio, hanno fatto il resto le ripetute affermazioni di Trump sulla possibile annessione della Groenlandia, culminate in un discorso al World Economic Forum di Davos. In quell’occasione il presidente ha nominato “Iceland” almeno quattro volte mentre parlava della Groenlandia, come poi ammesso dal segretario di Stato Marco Rubio. Il lapsus ha ricordato agli islandesi quanto siano esposti alle stesse pressioni rivolte all’isola artica danese. L’Islanda si trova infatti in prossimità del GIUK gap, il tratto di Atlantico settentrionale dove l’attività marittima russa è tenuta sotto stretta osservazione dall’Occidente. Membro fondatore della Nato, il Paese non dispone di forze armate proprie: la sicurezza interna è affidata a polizia e guardia costiera, quella esterna agli alleati atlantici e a un patto di difesa bilaterale con gli Stati Uniti risalente al 1951. A differenza della Groenlandia, però, Reykjavik non può contare sulla clausola di mutua assistenza dell’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea, non facendone parte. Da qui la spinta del governo a riprendere un dialogo interrotto tredici anni fa.
Un precedente per altri?
Il risultato di sabato sarà seguito con attenzione in tutta Europa, e non solo per il caso islandese. In Norvegia, tradizionalmente euroscettica ma anch’essa membro del SEE, il sostegno all’adesione europea è ai massimi da oltre un decennio: secondo un sondaggio Opinion diffuso a inizio 2026, il fronte del ‘No’ è sceso per la prima volta in tre anni sotto il 50%, mentre i favorevoli sono saliti a circa un terzo dell’elettorato. Un Sì islandese offrirebbe a Bruxelles anche un argomento concreto contro il crescente euroscetticismo alimentato dai partiti populisti contrari all’allargamento, e potrebbe spingere Oslo a riaprire un dibattito mai davvero concluso. Un No, al contrario, rischierebbe di essere letto come una battuta d’arresto per l’intero processo di allargamento, proprio nel momento in cui l’Unione avrebbe bisogno di dimostrare la sua capacità di attrattiva in un contesto internazionale sempre più incerto.
Il commento
Di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca ISPI
“L’esito del referendum islandese sarà di certo importante. Ma forse è ancora più significativo il fatto stesso che il referendum si tenga. Le mire di Trump sulla vicina Groenlandia unite a quelle di Russia e Cina sull’Artico sono sfide troppo grandi per un paese piccolo. Oggi l’attrattività dell’Ue (dall’Islanda all’Ucraina) è aumentata ma non sembra aumentata la capacità dell’Ue nel gestirla. A remare paradossalmente contro sono in primis gli stessi paesi europei, con le loro divisioni e i loro tentennamenti”.
Alessia De Luca

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