Così anche il Montenegro ha fatto il suo bravo ingresso nella Nato, che consolida, ma non completa almeno per ora la sua presenza in Europa. Almeno per ora perché dopo Repubblica Ceca Polonia e Ungheria nel 1999, Bulgaria Romania Slovacchia Slovenia e paesi baltici nel 2004, Albania e Croazia nel 2009 e adesso Montenegro, mancano alcuni pezzi ambiti da conquistare, la parte residua della ex Jugoslavia e soprattutto Ucraina e Georgia, queste ultime ancor più brucianti per Putin, perché facenti parte, come i baltici, della vecchia area territoriale dell’Unione Sovietica.
Detto ciò, se si pensa che con questo la Nato consegua un rafforzamento si guarda solo al lato numerico dell’Alleanza e non al dato qualitativo che invece, Montenegro o altri a parte, segna da tempo diversi punti a sfavore. Innanzi tutto uno dei presupposti della Nato sarebbe che i paesi aderenti, proprio per il rapporto che deve esserci tra alleanza difensiva e politiche attive, dovrebbero interpretare una politica estera se non proprio uniforme quanto meno coordinata, pur nei limiti dell’autonomia di ciascuno e delle interpretazioni mutevoli derivanti dai cambi di governo e di linee politiche. Oggi siamo in una situazione un po’ particolare che richiede l’assunzione di decisioni, ma è sotto l’occhio di tutti che qualcuno queste decisioni non le prende, altri invece agiscono in termini più operativi, prevalentemente autonomi e soprattutto d’intesa dichiarata con forze che nella Nato non ci stanno, anzi puntano ad esserne tutto un contraltare. Leggi Francia e Russia. La Francia peraltro non partecipa al comando militare integrato già del 1966. Aggiungo un particolare: anche la Cina ha dichiarato di sostenere la politica di Putin nei confronti dell’Isis, il che va a conferma di considerazioni già precedentemente svolte.
Del resto sappiamo anche che la Nato, con l’evoluzione dei rapporti conseguente alla caduta del sistema sovietico, ma non alla perpetuazione della Russia come potenza, ha evoluto essa stessa alcune sue finalità rivolte anche, oltre ai tradizionali concetti di sicurezza, alla gestione delle crisi via via affioranti sulla scena internazionale, ma anche ad una politica di allargamento verso i paesi precedentemente soggetti al patto di Varsavia. Non stiamo qui a discutere del mutamento degli equilibri europei, che ormai è un dato che anche la Russia ha dovuto in qualche modo buttar giù, ma della progressiva caratterizzazione della Nato ad una dimensione sempre più europea, caratterizzazione in ciò favorita dall’acquisizione da parte degli Stati Uniti di un concetto di mondo non più bipolare, di cui abbiamo parlato in una precedente occasione. Un concetto che rischia di diventare una tendenza, oltre le esitazioni del lungo periodo preelettorale.
Quindi, se accettiamo questa visuale, il dato che stona è che siamo di fronte ad una Nato ormai in massima parte europea e dintorni turchi, dintorni ambigui ed Europa non propriamente in salute o almeno molto esitante e quindi debole su scelte comuni in politica internazionale. Valutazioni negative perciò sul rapporto tra strategia difensiva e costruzione politica, nel senso che la strategia difensiva, allargata di compartecipanti, ma impoverita di motivazioni se non virtuali, è costretta a segnare il passo; la costruzione istituzionale pure.
E allora viene di nuovo da domandarsi che cosa rappresenti la Nato e per quale politica, perché il rischio è che si pervenga – se non si è già pervenuti – ad un indebolimento del legame tradizionale tra Europa e Stati Uniti, in cui questi ultimi svolgono il loro ruolo, nel bene e nel male, su una prospettiva mondiale, l’Europa invece al suo interno si chiude e si divide. Ne parleremo ancora.

Mi fanno solertemente osservare che la Francia è tornata da tempo nel comando militare integrato. Non cambia molto, anzi nulla, ai fini delle considerazioni svolte nell’articolo. Però è giusto che faccia ammenda della mia disinformazione
s.c.