Arrivano col contagocce, in questi giorni, le notizie sul conflitto israelo- palestinese: buon segno? Forse si. La mediazione saudita tra Hamas e Fatah sembra sia servita a sbloccare le trattative arenatesi nel sangue nella striscia di Gaza come in Cisgiordania. Abu Mazen e Anieh, rispettivamente presidente e capo del governo, hanno ripreso a dialogare, anche se ritardano a varare il nuovo esecutivo: non e` facile, ma si sapeva, visti gli scontri sul terreno, che sarebbe stato estremamente complesso riempire le caselle con dei nomi. D’altra parte il baratro della crisi economica e le pressioni americane su Abu Mazen, spingono verso risultati concreti, prima che la lotta di potere interpalestinese sprofondi nel dramma di una guerra civile senza ritorno. L’amministrazione Bush, impantanata nel conflitto iracheno, ha un disperato bisogno di ossigeno sul fronte mediorientale: un accordo tra Hamas e Fatah, i due volti di uno Stato che non c’e`, probabilmente riaprirebbe le trattative con Israele, sbloccando quella dimenticata road map sulla quale sembrano fare ancora affidamento i governi occidentali. La Casa Bianca preme anche sul premier israeliano Ehud Olmert per superare l’impasse: l’esercito infatti vigila ma non si registrano ritorsioni o scaramucce, il sindaco di Gerusalemme, a sorpresa, ha fermato i lavori sotto la spianata delle moschee, possibile pretesto per una ripresa dell’intifada. Insomma, parrebbe finalmente che gli uomini di buona volonta` abbiano imboccato la strada giusta.
Ma si sa, il medioriente e` una grande scacchiera, dove tutte le mosse sono legate da un preciso e spesso, purtroppo, difficilmente prevedibile legame. Se israeliani e palestinesi possono, forse, avviarsi al dialogo per trovare una soluzione al conflitto, soluzione difficile ma non impossibile, senza una pacificazione del Libano tutto resta drammaticamente sospeso. Il Libano e` una polveriera dove convivono e si scontrano confessioni e sottoconfessioni, che per 15 anni si sono massacrate in un’estenuante lotta di potere. Ogni fazione ha una sua milizia, e i giochi sono sempre in movimento: le alleanze di ieri degenerano negli scontri e negli attentati di oggi. La cabina di regia e` a Damasco. Assad nega, ma si sa chi tira le fila in quel lembo di terra che fu la grande banca del medioriente, e che ora sprofonda in una nuova crisi dopo i primi entusiasmi della ricostruzione. Attraverso Damasco transitano gli interessi iraniani: il regime teocratico di Teheran arma e finanzia gli Hezbollah, il partito di Dio, nella doppia veste militare e politica. La Siria controlla il territorio, cullando antiche mire espansionistiche, l’Iran divide il paese tra filo-occidentali e tradizionalisti musulmani facendo leva su una comunita` sciita forte ed agguerrita, che ha radici nell’esercito e nei gangli politici.Una forza d’urto al Confine con Israele. E Israele, dopo due esperienze tutt’altro che positive, evita , per ora, qualsiasi mossa nei confronti del Libano. A controllare la situazione l’Occidente ha inviato ancora una volta una forza di pace. E anche stavolta l’Italia e` in prima linea, anzi da poco ha assunto il comando del contingente Unifil. Per ora la situazione e` sotto controllo: i nostri sono nel sud del paese , verso il confine israeliano, in zona Hezbollah. La tensione al momento e` piu` politica che militare, si avverte soprattutto a Beirut. Ma il fuoco cova sotto la cenere.
Un passo avanti tra palestinesi e israeliani potrebbe non piacere a Damasco come a Teheran: un semplice sussulto spazzerebbe via un fragile ponticello fra le due sponde. In Medioriente c’ e` un unico filo che lega tutti i contenziosi, tutti i focolai di guerra.
Filippo Cicognani
Per molti anni inviato speciale RAI in Medio Oriente

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