La storia recente ha finito con l’edificare un “teatrino dell’assurdo” nel quale siamo stati sottratti al ruolo consueto di spettatori e coinvolti invece come attori senza copione.

Altro che “democrazia” !
Mi spiego meglio. La caduta del comunismo, come ideologia di riferimento dialettico, ha posto termine ad un ciclo iniziato circa 160 anni fa, quando l’invenzione del motore elettrico indusse la trasformazione della nostra società dall’assetto artigianale che aveva avuto da millenni nella produzione dei manufatti – con tutto ciò che ne conseguiva – ad una società industriale.
In questa, al capitale utile e necessario per gli investimenti produttivi, assai più allettante di ogni precedente ed anche in grado di generare assai più velocemente sempre nuovi profitti, si venne inizialmente ad assommare lo sfruttamento della manodopera.
Nacquero così i movimenti a difesa dei lavoratori e, con essi, la dialettica politica che ci ha accompagnati per tutto questo periodo, con moltissime varianti.
Per circa un secolo, dalla fine dell’800 alla fine del ‘900, abbiamo assistito e partecipato ad un processo nel quale si sono via via verificate da una parte le evoluzioni del liberismo, prima in capitalismo e poi in consumismo, e dall’altra la trasformazione del socialismo in comunismo.
La prima di queste evoluzioni si è prodotta in due tempi: il passaggio dal liberismo al capitalismo avvenne proprio per poter impattare l’avvento e la crescita dei movimenti operai, mentre il passaggio dal capitalismo al consumismo fu reso necessario, dopo la seconda guerra mondiale, per poter conservare il profitto del ciclo produttivo al cospetto di una società che diventava sempre più diversa da quella oculata e tradizionale che l’aveva preceduta.
Questa, infatti, non ricorreva più elettivamente al risparmio – dando così luogo al rientro automatico bancario del profitto nel ciclo produttivo – spendendo il più possibile in un mondo che stava offrendo piaceri prima impensabili, dai viaggi alla moda e via dicendo: i fondi necessari al reinvestimento si potevano ricavare solo nel margine derivante da un maggior consumo [1].
La seconda evoluzione – di fatto parallela alla prima, sarebbe meglio definirla come una “involuzione” – è stata caratterizzata da distorsioni talmente assurde e disumane da aver finito col creare dolore ed orrore, fino alla caduta del Muro di Berlino.
Va rilevato che la dissoluzione di questa ideologia [2], che era divenuta sistema e si era trasformata in una delle maggiori potenze mai comparse sul nostro pianeta, non fu dovuta a scelte di carattere ideologico bensì alla reazione dei popoli governati dal comunismo quando poterono vedere, grazie alla televisione, una “società occidentale” dal tenore di vita ben diverso e più… appetitoso.
L’uomo non è di legno…
Era il 1989 e in questi ultimi due decenni ci siamo quindi trascinata dietro un’organizzazione “politica” basata sulla precedente contrapposizione, divenuta ormai solo un pretesto funzionale agli interessi di una classe politica – ma anche culturale – che non ha saputo, potuto e soprattutto voluto rinnovarsi, del tutto priva di contenuti e significati che non fossero legati ad un mondo ormai morto.
Non se n’è accorto quasi nessuno, ma oggi quello che vediamo ce ne da la piena conferma: al di là di un sindacalismo “di maniera”, redditizio per chi lo pratica ma non certo per chi lo subisce, sul palcoscenico del nostro “teatrino” ci sono da una parte un “governo tecnico” e dall’altra una serie di incontri trasversali dai quali si rileva l’assoluta mancanza di soluzioni, in un contesto che non ha alcuna possibilità di elaborare “nuove idee” per affrontare una situazione di fatto del tutto diversa dalla precedente, nella quale sono state varate legislazioni legate a situazioni contingenti che si pretendono però inviolabili.
Basta pensare al problema della “disoccupazione”, in un Paese nel quale da una parte ci sono milioni di disoccupati (e lasciamo perdere le aree geografiche, il discorso si farebbe assai più difficile) e dall’altra milioni di immigrati di ogni tipo e colore, tutti occupati in lavori che gli italiani non vogliono più fare – specie in giorni come il sabato, la domenica e i festivi – con una legge sul lavoro “nata per sempre” in un periodo di vacche grasse.
Per non parlare di una politica dell’istruzione che era stata spinta a far proliferare diplomati e laureati: ce ne sono tanti, troppi, cui teoricamente spetterebbe di essere assunti o impiegati come tali, ma la società non ne ha bisogno ed inoltre la solita legge sul lavoro ne rende il costo insostenibile.
Quello che sta succedendo – in Italia come all’estero – non mi meraviglia quindi affatto, né mi meraviglia la posizione che assumono personaggi la cui funzione dovrebbe essere ben altra.
Ma non in questo “teatrino”.
[1] Va cinicamente notato a questo proposito che la spinta verso la pace non è stata etica ma finalistica: frantumatasi la grande ricchezza in mille rivoli produttivi, era necessario preservare la presenza di acquirenti, chi muore non compra.
[2] Il comunismo sopravvive ancore oggi in alcuni Paesi, dittature che hanno un qualcosa di semanticamente religioso…

Al tuo interessantissimo articolo, vorrei aggiungere del mio. Tutta l’umanità dovrà dare nuove risposte. Ciascuna parte a suo modo, ma dovrà darle. Il post comunismo, interent, essi aprano altri scenari, altre possibilità da decifrare e applicare. Per una situazione di crisi, c’è sempre una risposta e una volontà per superarla. Esiste anche un nuovo nemico che sostituisce quello comunista: l’integralismo religioso islamico e di ogni tipo.