Rendere improvvisamente onerose le ricongiunzioni genera una forte iniquità tra persone.
I giornali sono tornati, la scorsa settimana, a dedicare la giusta attenzione al tema delle ricongiunzioni onerose. Si tratta dell’articolo 12 del decreto 78, la manovra estiva di Tremonti (poi diventata legge 122), che dal luglio 2010 ha reso onerosa la possibilità, per chi abbia posizioni assicurative in gestioni previdenziali diverse, di riunire tutti i periodi contributivi presso un’unica gestione per ottenere una sola pensione.
I numeri della vicenda si trovano negli articoli segnalati. Numeri che corrispondono ad altrettante persone che si trovano nella situazione critica di chi si vede cambiare all’improvviso una promessa pensionistica e dissestare le scelte connesse di vita, lavoro e risparmio. La scelta che si pone loro è quella tra pagare cifre enormi (che raggiungono centinaia di migliaia di euro) per ottenere la pensione attesa, oppure “totalizzare” i contributi. La totalizzazione consente di non perdere nessuno dei contributi versati, ma avere una pensione calcolata attraverso il metodo contributivo anche per chi aveva diritto al più generoso metodo retributivo (anche solo pro-quota); questo passaggio può comportare, oltre al posticipo del pensionamento per alcuni, a pensioni decurtate fino al 30-40%.
Sul passaggio da metodo retributivo a contributivo per il calcolo delle pensioni si sono fondate le riforme pensionistiche dal 1992 ad oggi. Questa transizione è stata introdotta per affrontare i problemi delle pensioni italiane, in particolare l’insostenibile peso della Previdenza sul bilancio pubblico, ridurre le distorsioni nelle scelte individuali di risparmio e lavoro e ottenere una maggiore equità, inter- e intra- generazionale. Questi risultati sono stati inseguiti decidendo di definire l’ammontare delle pensioni non più sulla media delle retribuzioni negli ultimi anni di carriera, bensì su quanto si è versato in contributi dal giorno in cui si è iniziato a lavorare fino a quello in cui si è andati in pensione.
Se è vero che la possibilità per i ricongiungendi di “totalizzare” i contributi aderirebbe al nuovo (presumibilmente “migliore”) criterio contributivo, è però anche vero che rendere improvvisamente onerose le ricongiunzioni genera una forte iniquità tra persone. E questa forte differenza nell’importo delle pensioni dipende esclusivamente dalla scelta di un lavoratore di cambiare lavoro (spesso da pubblico a privato e viceversa); talvolta, peggio, non dipende neppure da una scelta del lavoratore ma da quella del datore di lavoro che abbia cambiato gestione previdenziale. Oltre a creare questa iniquità intra-generazionale, viene negato un principio che aveva in passato ispirato la transizione da retributivo a contributivo, ovvero il gradualismo. Implementare una riforma pensionistica in maniera graduale è una condizione essenziale per assicurarsi che tutti abbiano il tempo per adeguare le proprie scelte (vita, lavoro e risparmio soprattutto). Nella cornice introdotta dalla legge 122/2010, al contrario, non c’è propriamente una transizione, ma c’è un cambio di regole improvviso.
Dalla lettura dei giornali sembrerebbe che questa iniquità non verrà risolta, fondamentalmente per un motivo di “cassa”. “Libero” riporta che, secondo la Ragioneria per ripristinare le ricongiunzioni gratuite lo Stato dovrebbe trovare 2,5 miliardi tra il 2013 e il 2022.
Il punto è che per ottenere dei risparmi per le casse dello Stato sarebbe stato più giusto operare altrimenti, senza ledere i principi che stavano alla base della riforma previdenziale – colpendo cioè gli sprechi nella spesa pubblica non previdenziale. Questo discorso dovrebbe essere fatto più spesso, tenendo in considerazione di come, in passato e a causa del sistema a ripartizione, i contributi previdenziali siano spesso finiti nel calderone della spesa pubblica generale.
Eppure, se in passato i contributi previdenziali sono confluiti anche nel finanziamento della spesa pubblica non previdenziale, è improbabile che oggi la spesa pubblica non previdenziale possa essere “usata” per finanziare le pensioni dei ricongiungendi. E non perché non esistano dei buoni motivi per non tagliare la spesa non previdenziale. Il Governo potrebbe tagliare quelle voci di spesa – come servizi generali (burocrazia e interessi sul debito pubblico), difesa, ordine pubblico, sanità e istruzione – per le quali l’Italia, come ha documentato Pietro Monsurrò, spende più della Germania offrendo servizi con diffusione e qualità inferiore.
Ci troviamo invece nella situazione in cui lo Stato non riuscirebbe ad eliminare degli evidenti sprechi di spesa pubblica non previdenziale per onorare un principio di equità intra-generazionale e di gradualismo sul quale ha basato il suo intervento sulle pensioni negli ultimi venti anni.
Le cronache di queste ultime settimane offrono un esempio di come i tagli alla spesa non previdenziale siano politicamente quasi impossibili: le Province hanno minacciato di lasciare gli studenti al freddo per “protestare” contro i tagli decisi a Roma. Vicende simili si ripetono ogni volta che si parli di tagliare sprechi o abolire privilegi di cui godono gruppi che sanno far sentire la propria voce minacciando disagi alla popolazione. Ma il caso delle Province è particolarmente emblematico perché, come ha stimato Andrea Giuricin, una loro abolizione permetterebbero di risparmiare proprio 2 miliardi di euro – cifra vicina a quella necessaria a ripristinare il ricongiungimento gratuito.
Questi episodi ci ricordano che delegare allo Stato le nostre economie, la gestione dei nostri risparmi e delle nostre pensioni, significa esporre le nostre proprietà (i contributi previdenziali) a delle decisioni che hanno ben poco a che fare con principi dai quali si vorrebbe che fossero ispirate come la già citata equità inter- e intra- generazionale. Le decisioni dello Stato, quelle dalle quali dipendono quali categorie verranno sommerse e quali salvate, chi – negli anni di vacche magre – vedrà intatte le proprie rendite e chi non si vedrà riconosciuti quei diritti pensionistici che gli erano stati “venduti” al prezzo di decenni di contributi, ebbene queste decisioni seguono percorsi strani. Oggi, dopo decenni di big government, è evidente dove dimori il potere di influenzare queste scelte: nelle mani di quei gruppi di persone che possono ricattare meglio tutte le altre.

http://www.previnforma.it/wordpress/2012/09/20/la-vicenda-della-doppia-contribuzione/