
Anche il Marocco lascia il Mondiale, sconfitto dalla Francia. Si ferma così l’ultima nazionale africana rimasta in corsa, ma non si arresta il cammino di un continente che da anni alimenta il grande calcio mondiale con il proprio talento. I calciatori africani sono protagonisti nei principali campionati europei, indossano le maglie dei club più prestigiosi e ne determinano spesso i successi.
L’Europa li forma e li valorizza; l’Africa continua a generarli. Le resta soltanto un’ultima conquista: vedere una sua nazionale sollevare la Coppa del Mondo. Eravamo in molti a sperare che questa fosse l’edizione della svolta. Un tempo avremmo parlato del Continente nero, come lo definiva anche una celebre canzone di Edoardo Vianello. Oggi quell’espressione appartiene più al linguaggio di un’altra epoca che alla realtà. L’Africa è un continente giovane, dinamico, ricco di identità, di culture e di energie, che da tempo ha smesso di essere una semplice riserva di talenti per diventare uno dei protagonisti del calcio mondiale.
Eppure, una dopo l’altra, le nazionali africane sono uscite di scena, come navi colpite e affondate in una partita a battaglia navale. È rimasto soltanto il Marocco che, già in Qatar nel 2022, aveva scritto una pagina di storia raggiungendo il quarto posto, primo Paese africano ad approdare a una semifinale mondiale. Anche in questo torneo ha confermato di appartenere all’élite del calcio internazionale, giocando senza timori reverenziali contro avversari più ricchi di tradizione, ma non necessariamente di qualità.
Una sua vittoria avrebbe avuto un significato che andava ben oltre il risultato sportivo. Sarebbe stata un’iniezione di fiducia per milioni di ragazzi che vivono in Paesi dove il calcio continua a essere lo sport più semplice e più accessibile. Per giocare bastano un pallone, magari fatto di stracci, e due pietre o due mattoni a delimitare una porta. È forse questa la ragione profonda del suo successo universale: quasi quattro miliardi di persone lo seguono e oltre trecento milioni lo praticano in modo organizzato. Nessun altro sport riesce a unire con la stessa naturalezza ricchi e poveri, metropoli e villaggi, stadi monumentali e campi di terra battuta. Per tanti giovani africani il pallone non rappresenta soltanto un gioco. È una possibilità di riscatto, una speranza, qualche volta perfino una via di salvezza.
Da quei campi improvvisati nascono talenti che poi illuminano gli stadi di Londra, Madrid, Milano, Parigi e Monaco. Il mondo del calcio conosce bene il valore dell’Africa, perché da lì continua ad attingere tecnica, forza, fantasia e personalità. L’Africa esporta da tempo campioni; le resta soltanto da esportare una squadra campione del mondo. Peccato. Ma forse è soltanto un appuntamento rimandato. Già molti anni fa qualcuno predisse che, prima o poi, una nazionale africana avrebbe conquistato il titolo mondiale. Oggi quella previsione non appare più un’utopia, ma il naturale approdo di una crescita costante.
No, non era l’ultima Africa. Era soltanto l’ultima di questo Mondiale. Perché il calcio africano continua a crescere, a produrre talenti e a sorprendere. E il giorno in cui una nazionale del continente solleverà la Coppa del Mondo non sarà un miracolo né una favola. Sarà semplicemente il momento in cui il calcio avrà restituito all’Africa una parte di ciò che l’Africa gli ha donato da sempre.
Angelo Santoro

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