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Punti di vista e prospettive

Fin dal febbraio dell’anno scorso Massimo Gaggi, un collega molto preparato, era incline a pensare che la politica di Trump fosse dettata dal desiderio di un governo autoritario, volto a sbarazzarsi dei vincoli che l’hanno frenato nel suo primo mandato. Questo per affermare il potere assoluto dell’esecutivo, ignorare le leggi del Congresso, e nel caso la Costituzione, per capire fin dove potesse spingersi senza incontrare grandi resistenze. In altre parole, Trump sarebbe stato come quei presidenti che da Lincoln a Roosevelt, Teodor come Frank Delano, a Kennedy, Nixon, Reagan e GW Bush, avrebbero spinto sul pedale dell’acceleratore per forzare gli equilibri istituzionali degli Stati Uniti a vantaggio della Casa Bianca. Niente di più plausibile.

di Riccardo Bruno | 13 Luglio 2026

Fin dal febbraio dell’anno scorso Massimo Gaggi, un collega molto preparato, era incline a pensare che la politica di Trump fosse dettata dal desiderio di un governo autoritario, volto a sbarazzarsi dei vincoli che l’hanno frenato nel suo primo mandato. Questo per affermare il potere assoluto dell’esecutivo, ignorare le leggi del Congresso, e nel caso la Costituzione, per capire fin dove potesse spingersi senza incontrare grandi resistenze. In altre parole, Trump sarebbe stato come quei presidenti che da Lincoln a Roosevelt, Teodor come Frank Delano, a Kennedy, Nixon, Reagan e GW Bush, avrebbero spinto sul pedale dell’acceleratore per forzare gli equilibri istituzionali degli Stati Uniti a vantaggio della Casa Bianca. Niente di più plausibile. Le presidenze americane sono tutte soggette al dilemma di George Washington, un tipo che amava starsene a casa con la moglie a curare la loro piantagione e che i costituenti obbligavano suo malgrado a disporre della nazione a completo piacere.

A differenza di Washington, che ha avuto una vita complessa, passata attraverso una formazione militare feroce e severa come quella coloniale, Trump ha iniziato a fare affari fin dai tempi del college, meglio non sapere come. Difficile che smetta di farne durante la presidenza. Ecco le criptovalute. Se questo lo si ritiene indegno di un presidente, giustissimo. Il capo di un governo della Repubblica deve vivere solo dello stipendio datogli dallo Stato, come faceva Pericle. Se invece si tratta di capire se via sia o non vi sia una qualche ratio nelle politiche di Trump, la questione è un po’ più complessa. In poco più di un anno di presidenza, il potere assoluto Trump ancora non lo ha conquistato. Per riuscirvi, piccolo dettaglio, serviranno le elezioni di metà mandato, il banco di prova per ogni presidenza. Nel caso di un insuccesso, Trump si prepara a mesi di tribolazione, altro che trionfo imperiale.

Nell’attesa, la presidenza è sottoposta a diverse istanze, la Corte Costituzionale, la Federal Reserve, la stampa che non si piega mai, ed il suo stesso partito che gli sta con il fiato sul collo, il Pentagono, la Cia, lo Fbi, hai voglia. Più che occuparsi del presunto potere assoluto presidenziale, bisogna capire quali sono le sfide che bisogna affrontare, perché sicuramente Trump è un megalomane, ma il suo problema se lo sono posti almeno altri venti presidenti, causa le diverse necessità incombenti.

Si capisce tanta avversione per Trump perché Obama è stato un grande presidente. Inquietato dall’espansione americana nel mondo si è ritirato, dall’Afghanistan, dall’Iraq. Putin voleva la Crimea? Se la prendesse. L’Iran il nucleare? Va bene. La Francia bombardare Gheddafi? Eccomi. Concretezza. Donald, si sa, invece è uno sbruffone velleitario. Pensate che aveva promesso di aver fatto smettere la guerra in Ucraina in 24 ore. Prima ha tirato le orecchie a Zelensky, poi ha colmato Putin di tutti gli onori. E cosa è successo? Il vertice di Tianjin dove Xi ha lanciato la sfida del non occidente. Modi, Putin , l’Iran, il Venezuela. Glielo avrebbero fatto vedere chi guida il mondo. Primo settembre 2025. Due settimane ed Israele ha invaso Gaza. Il Pakistan minaccia l’India. Altri sei mesi e l’America ha attaccato l’Iran. Nel frattempo l’Ucraina bistrattata ha iniziato a colpire la Russia in profondità. Ancora ieri Kyiv ha messo fuori uso venti petroliere russe nel mare di Azov. Khamenei è morto, Maduro in galera. XI doveva papparsi Taiwan? Non muove foglia. La Cina è pacifica. Come sta andando la sfida all’occidente lanciata l’anno scorso? Sulla risposta a questa domanda si darà un giudizio sulla presidenza Trump. Il resto sono chiacchiere.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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