
di Emiliano Guanella*
La sconfitta più pesante per Lula da Silva potrebbe davvero segnare l’inizio della fine della sua lunga carriera politica, mentre il Brasile si chiede se è pronto a un’altra era di governo della famiglia Bolsonaro. Il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali ha sorpreso un po’ tutti; quei due milioni di voti a favore di Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente tuttora ai domiciliari per la condanna per il colpo di Stato tentato nel 2022, sono un ostacolo che sembra fin troppo grande pure per il presidente di sinistra, abituato ad ardue battaglie politiche, ma che sembra arrivare a quest’ultima sfida con le pile ormai scariche. “A volte le elezioni ti sorprendono – ha detto Lula – speravo di vincere al primo turno, ma la partita è ancora molto aperta. Rimbocchiamoci le maniche e spazziamo via i bolsonaristi, sono sicuro che ce la faremo”. Il prossimo 25 ottobre Lula deve rimontare la differenza di due punti percentuali e nessuno sa bene dove pescherà nuovi consensi, considerato che i quattro candidati esclusi erano tutti di centrodestra. In politica tutto può succedere, soprattutto in Sudamerica, ma la sconfitta parziale di domenica porta obbligatoriamente a fare delle riflessioni che diventano allo stesso tempo un bilancio della fine di un’epoca. Lula vinse quattro anni fa su Bolsonaro padre per un margine altrettanto risicato, poco più di un punto percentuale, nonostante il peso gigante del bilancio dei morti per la pandemia sulle spalle del suo sfidante, negazionista alla Trump del Covid-19 e dei suoi effetti mortali. Si insediò con una festa democratica, ma una settimana dopo una folla nervosa di bolsonaristi mise a ferro a fuoco i palazzi del potere a Brasilia. Il suo governo è stato il più statico in termini di riforme degli ultimi 20 anni, a causa delle fin troppe vaste alleanze con settori anche molto lontani da lui. Il presidente ha dovuto accontentare tutti, imbarcando 9 partiti in un esecutivo di ben 38 ministeri, con buona pace di chi ancora oggi parla dell’ultimo grande governo di sinistra del Sudamerica. Ha dovuto camminare sulle uova in un Parlamento dominato da forze conservatrici e della potentissime lobby evangeliche, delle armi e dell’agrobusiness. Il Brasile è cresciuto meno di quanto avrebbe potuto, poco meno del 2% quando alcuni suoi vicini superavano il 3 o il 4%. Per mantenere il gigantesco apparato statale e il corposo meccanismo di piani e sussidi sociali il governo si è indebitato molto, mentre i brasiliani assistevano all’indecoroso spettacolo delle “emendas”, i soldi discrezionali dati ai parlamentati di tutti i partiti per portare avanti fantomatici progetti nei rispettivi collegi; una prebenda non fiscalizzata che è servita per mantenere l’eterogenea base degli alleati e non sfasciare il giocattolo. Il risultato è stato che il debito pubblico brasiliano è arrivato alla cifra record di 82,9% del Pil, mentre a causa dei tassi d’interesse molto alti (decisione della Baca centrale, autonoma rispetto all’esecutivo) otto famiglie su dieci si sono indebitate per arrivare a fine mese. La popolarità del presidente è crollata e a poco è servito il processo che ha portato alla condanna di Jair Bolsonaro e dei generali golpisti. Una vittoria di Pirro, considerando che più che la tenuta democratica ai brasiliani interessano oggi ben altre questioni come la sicurezza (41.000 morti ammazzati nel 2025 e i femminicidi in costante aumento), la corruzione, con lo scandalo gigante del fraudolento Baco Masrer e, per l’appunto, i debiti da pagare. Un leader lungimirante avrebbe potuto capire che era giunta l’ora di farsi da parte, uscire di scena dalla Porta grande della storia come l’unico presidente capace di portare a termine tre mandati, di abolire finalmente la fame e di permettere a milioni di compatrioti di accedere ad un sistema di salute ed educazione non ottimi, ma comunque accettabili. Avrebbe potuto passare lo scettro al suo vice Geraldo Alckmin, moderato e meno inviso a mercati e popolazione in generale e diventare un padre tutore della sinistra e della democrazia, una sorta di Obama del Sud del mondo. Avrebbe, sicuramente lo farà in futuro, ricevuto inviti per girare il Pianeta portando la sua esperienza, raccontando l’epopea del bambino nato povero nella miseria del Nordest e diventato sindacalista, presidente e leader globale. Ma lui, lo sappiamo, ha scelto un’altra via. Ha voluto continuare a 80 anni suonati per tentare quello che nessun altro presidente è riuscito a fare, governare per quattro mandati (non consecutivi). La sfida, va detto, non è chiusa e i miracoli esistono. Ma, anche se vincesse, avrebbe davanti a sé uno scenario ancor più complicato, con un Parlamento che col voto di ieri si è spostato ulteriormente a destra. Sarebbe un presidente senza appoggi e inviso a più della metà della popolazione (se contiamo i voti contrari e i tanti astenuti). Un Lula quater in queste condizioni sarebbe un disastro sul nascere, reso ancora più traballante dal fatto che non ci sono eredi all’orizzonte. E qui c’è l’ultimo grande errore dello statista, quello di non aver mai preparato la sua successione. Al contrario, Lula ha sempre distrutto le opzioni di ricambio della sinistra, mandando giovani leader a sconfitte certe, immolando per ben quattro elezioni il prode Ferando Haddad, professore universitario ed economista che oggi farebbe meglio a ritirarsi dalla vita politica. “Après moi, le déluge”; il sovrano ha lasciato la sua corte orfana e sperduta, il suo partito dei lavoratori è destinato a dissolversi, proprio quando le destre abbondano con molti leader alla ribalta, anche al di là del clan Bolsonaro e la benedizione interessata di Donald Trump. Lula non vuole perdere l’ultima partita, ma fa di tutto per rompere possibili ponti e arroccarsi nel suo fortino. Nel 2002 ero presente, se mi si permette un ricordo personale, nell’hotel sull’avenida Paulista di San Paolo dove Lula diede la sua prima conferenza stampa da presidente eletto. Era l’inizio di un sogno e lui scoppiò in lacrime emozionato sullo sfondo della musica “Lula là, è a esperança”. Avevano votato per lui molti moderati, si era tagliato il barbone da sindacalista e coniato la celebre formula “Lula paz e amor”. Ieri, in un hotel ben più lussuoso ma sempre sull’Avenida Paulista c’era invece un leader deluso e rabbioso, che promette una guerra fino all’ultima goccia di sangue contro la famiglia dal passato tenebroso e golpista. “Noi siamo la democrazia, loro sono la barbarie”. Dopo di me, il diluvio. Ma in Brasile, ormai, si sente più forte la voce dei delusi e degli scontenti di fronte a un re dal passato glorioso che non è riuscito purtroppo a uscire dalla sua torre d’avorio.
Emiliano Guanella
*Istituto Ispi

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