
“I tempi difficili impongono a coloro che amano il proprio paese l’obbligo patriottico di unirsi”. Ha detto così, più o meno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella; lo ripeterà quello del Consiglio dei ministri, Mario Draghi. È un motto antico come il mondo. Lo pronunciò anche Luigi Luzzatti (1841-1927), ebreo di Venezia, europeo per vocazione, deista per scelta, massone nella loggia “Cisalpina” di Milano che, come l’“Insubria”, faceva capo ad Ausonio Franchi (don Giuseppe Bonavino). Economista di talento, statista di prim’ordine, ministro e presidente del Consiglio, oggi Luzzatti è poco ricordato. Eppure…
Da Venezia all’Europa e dall’Europa all’Italia
Il governo ora presieduto da Mario Draghi ha un unico possibile paragone nei 160 anni dall’Unità d’Italia a oggi (170 se vogliamo aggiungere il decennio del regno di Sardegna, che fu alla sua origine). È il ministero capitanato da Luigi Luzzatti dal 31 marzo 1910 al 30 marzo 1911. La prima e più suggestiva analogia è nel vastissimo consenso dei due governi. Draghi si accinge a incassare un sostegno senza precedenti nella storia della Repubblica. Lo votano partiti sino a ieri lontanissimi ma che, pur non facendosene ancora pienamente una ragione, non possono evitarlo. I pochi che si oppongono sono a corto di argomenti convincenti. Parlano alla propria “tribù” anziché al Paese. Altrettanto accadde a Luzzatti. Quando il 30 aprile 1910 chiese il voto di fiducia, alla Camera ottenne 386 “si” sui 411 deputati presenti e i 508 in carica. Un vero e proprio plebiscito, mai raggiunto da nessun altro presidente del Consiglio.
Come Draghi, Luzzatti non aveva un partito. Dalla propria però aveva alcuni requisiti fondamentali. Nato a Venezia nel 1841, di famiglia ebraica benestante, sospettato dall’Austria di “italianeggiare” da quando aveva sedici anni, compiuti gli studi liceali si trasferì a Padova ove nel 1863 si laureò nella Facoltà politico-legale. Apprezzato allievo di docenti di fama come Tolomei e Messedaglia, amico di Giacomo Zanella, Lampertico ed Errera, nel 1864 passò dal pensiero all’azione. Pubblicata la tesi di laurea (“La diffusione del credito e le banche popolari”), promosse la fondazione della Banca popolare di Lodi, la prima in Italia, su modello di quelle sorte in Germania per impulso di Schulze Delitzsch. Fu il primo rivolo di una fiumana. Subito sorsero quelle di Brescia, di Asolo e nel 1865 la Banca popolare di Milano la cui storia nel centenario fu scritta da Franco Catalano, docente di storia contemporanea alla Statale, poi alle prese col Sessantottismo di Mario Capanna.
Quarant’anni dopo l’esordio delle Casse di Risparmio, le Popolari ideate da Luzzatti promossero prestiti anche “sull’onore”, corresponsabilità dei beneficiari vincolata alla responsabilità limitata (anziché a quella illimitata invalsa in Germania), consolidamento delle riserve e voto capitario dei soci. Le “Popolari” non erano solo “banche” ma pedagogia sociale, civile, politica, “democrazia in cammino”.
Maritato con Amelia Levi dallo stesso 1864, il giovanissimo Luzzatti entrò in corrispondenza con economisti e sociologi di ogni paese europeo. Docente di diritto costituzionale a Padova dal 1867, concorse all’istituzione della Scuola superiore di Commercio a Ca’ Foscari (1867) appena Venezia si unì all’Italia, all’indomani della Terza guerra per l’indipendenza (1866). Esperto di indiscusso valore in un ventaglio di materie specialistiche (codici di commercio, credito, economia forestale, istruzione professionale,…) e soprattuto di intricate questioni monetarie e bancarie, nel 1869 fu nominato da Marco Minghetti segretario generale del ministero di Agricoltura, industria e commercio: incarico corrispondente a quello di sottosegretario di Stato. Non ancora trentenne, resse le briglie per il varo di leggi e accordi internazionali di enorme importanza.
Nihil sub sole novi
Prima ancora di essere eletto deputato (v. box), Luzzatti era ormai noto in tutta Europa quale studioso ferrato delle questioni al centro dei rapporti tra gli Stati, di lì a poco alle prese con la tragica guerra franco-germanica del 1870 e l’esplosione della “Commune” di Parigi, repressa in un bagno di sangue. Messo alle spalle il grande brigantaggio” nell’Italia meridionale e appena acquisita Roma, l’Italia doveva “crescere”. Non le bastava la libera iniziativa. Per realizzare opere strategiche occorreva l’intervento dello Stato, già insegnato e praticato da Camillo Cavour: lo “statalismo sussidiario”, come l’IRI del “fratello”Alberto Beneduce mezzo secolo dopo e l’odierno Recovery Plan. Per Luzzatti, che conosceva la Bibbia a memoria, nulla è nuovo sotto il sole. Parlava con cognizione di causa. Fu l’anima della grande “Inchiesta industriale” del 1872 e ne scrisse da solo il Quarto poderoso volume: il portolano per passare dalla dottrina alla prassi. Se gli altri Paesi si irrigidivano in politiche protezionistiche, l’Italia doveva difendersi nel rinnovo dei trattati di commercio e nella difesa strenua della propria ancor gracile macchina finanziaria e imprenditoriale a cospetto delle condizioni socio-sanitarie messe a nudo dalla devastante epidemia colerica del 1867 e dalla morbilità connessa a malnutrizione e miseria: la febbre malarica e la pellagra, addolcita in “mal della rosa”.
Alla caduta della Destra storica (18 marzo 1876), a lungo Luzzatti non ebbe incarichi pubblici. Docente ascoltato, scriveva saggi e articoli in quotidiani che erano la sua vera cattedra. Poi il presidente del Consiglio Depretis, capofila della Sinistra, e il ministro delle Finanze Agostino Magliani ne fecero costantemente il capomissione per risolvere le vertenze più complesse, come il trattato dell’Unione monetaria latina e l’avvio di imprese strategiche, quale la Società anonima altiforni fonderie e acciaierie di Terni, ideata in funzione della nuova flotta da guerra, quando la Marina italiana valeva quella degli USA.
Ministro del Tesoro e delle Finanze nel primo governo presieduto da Antonio Starrabba di Rudinì (1891-1892), Luzzatti non affrontò la questione delle questioni. Vent’anni dopo Porta Pia (1870), a differenza degli altri Stati l’Italia aveva ancora sei diverse banche di emissione di moneta. Il bubbone esplose con lo “scandalo della Banca Romana”, che travolse il primo governo Giolitti (1892-1893), determinò il ritorno al potere di Francesco Crispi (1893-1896), che pure vi era immerso fino al collo, e precipitò l’Italia nella crisi di fine secolo, quando Luzzatti fu nuovamente al Tesoro nei quattro governi Rudinì. Rimase fermo nel sostenere la parità tra spese ed entrate. Il prestigio dello Stato si fonda sulla fedeltà ai patti convenuti, sulla salute del suo bilancio e sul rispetto dei debiti contratti.
Per la “svolta liberale” d’inizio Novecento…
Contrario a soluzioni autoritarie (l’appello di Sonnino “Torniamo allo Statuto” gli parve un balzo all’indietro), Luzzatti mirò invece a riaffermare il primato del Parlamento e nel marzo 1900 si schierò all’opposizione. Fautore del governo presieduto dall’ottantenne Giuseppe Saracco (1900), fornì competenza e creatività al governo Zanardelli-Giolitti (1901-1903) concorrendo alla nascita del Consiglio superiore del lavoro, al piano per la costruzione di case popolari, in risposta immediata a bisogni profondamente sentiti negli anni dei grandi scioperi e dell’emigrazione di massa, tutelata da una legge nella cui formulazione ebbe parte precipua. Ottenne anche leggi a tutela del lavoro, in specie notturno, femminile e dei bambini al di sotto dei 12 anni. Oggi pare poco, ma all’epoca era una conquista civile ostacolata da tanti, come l’abolizione della “ruota” in cui abbandonare i neonati e la “ricerca della paternità”, due conquiste di Giolitti, sorretto da Luzzatti.
Ministro del Tesoro nel secondo governo Giolitti (1903-1905), di concerto con la Banca d’Italia, quando la moneta arrivò a far aggio sull’oro avviò la riduzione del tasso di interesse sui titoli dal 5 al 3.5%, poi realizzata dal ministro Majorana, che su suo consiglio e mediazione si valse della Banca Rothschild.
…e al governo
Il 3 marzo del 1910 fu la sua ora. Vittorio Emanuele III, che molto loapprezzava, lo nominò presidente del Consiglio su indicazione di Giolitti. Come documentato da Pier Luigi Ballini, egli varò il governo dopo lunghe e complesse alchimie, attestate dalle liste di ministri via via da lui elaborate. Tenne per sé l’Interno, con sottosegretario l’albese Teobaldo Calissano, fiduciario di Giolitti. Agli Esteri ebbe il marchese di San Giuliano (il meglio dell’Italia) e alla Guerra il comandante generale dei Carabinieri Paolo Spingardi. Capitanò una compagine di tecnici e politici di prim’ordine, liberali e di radicali (Cesare Fani, Francesco Tedesco, Luigi Facta, Luigi Credaro…). Non aveva un partito suo. Non era né di destra né di sinistra. Era un pragmatico, dalle competenze superiori e di piena fiducia da parte delle Cancellerie e delle banche europee.
Però, proprio l’amplissimo consenso tributatogli dalla Camera fu alla radice della sua debolezza, perché prima o poi i Maggiorenti e i “partiti” (clan regionali e clientele personali) sarebbero tornati a rivendicare le proprie posizioni ideologiche e programmatiche. Luzzatti cercò sempre di smussare gli angoli. Quando il sindaco di Roma, Ernesto Nathan, ebreo ed ex gran maestro del Grande Oriente d’Italia, il 20 settembre 1910 pronunciò parole esageratamente polemiche nei confronti del papa e della chiesa, stemperò i toni. Nelle voluminose “Memorie” Luzzatti si definì “deista che sente e ammira idea religiosa in qualsiasi prisma se ne franga la luce”. Amico di molti “modernisti” italiani e di Oltralpe, come Paul Sabatier), nel 1913 non esitò ad apprezzare l’appoggio dei cattolici per la sua rielezione alla Camera.
“Costruttore” per la “vera democrazia”
Il suo governo era “di scopo”. Andava oltre Sonnino, conservatore, e doveva varare riforme economiche urgenti. Però Luzzatti si avventurò sul terreno infido delle elezioni amministrative e appoggiò i “blocchi popolari” anticlericali (socialisti riformisti, radicali e liberali progressisti). Poi si buttò a modificare la legge elettorale e riformare il Senato del Regno. Propose di estendere il voto ai maschi maggiorenni che sapessero copiare un testo a stampa e scrivere i numeri. Propugnò inoltre l’obbligatorietà del voto. Quanto al Senato, ritenne che dovesse essere per una parte (minore) di nomina regia e per l’altra formato attraverso una complicata elezione di secondo grado.
Sentite suonare tutte le campane (commissioni parlamentari, dibattito sui giornali…), Giolitti fece sapere che così come era il Senato aveva e avrebbe reso alti servigi all’Italia. Non potevano esserci “patres” di due diverse categorie, gli uni di nomina regia, gli altri elettivi. L’idea di Luzzatti evaporò. Il 18 marzo 1911 Giolitti propose il voto universale maschile per i maggiorenni, per quanti avessero prestato servizio militare e per i trentenni anche se analfabeti perché il giudizio politico non dipende dal maneggio delle lettere dell’alfabeto ma dalla vita. Preoccupato (come egli stesso scrisse a Giolitti) di non fare “caduta inonorata”, Luzzatti si rassegnò a porsi da parte, come del resto ormai voleva il Re. Restò in carica sino a festeggiare il 50° della proclamazione del regno, il 27 marzo, all’Altare della Patria.
Rimase una grande e nobile “riserva della Corona” e dello Stato. Il Re nominò Giolitti, che orchestrò il “Grande Ministero” e le feste del Cinquantenario tenendo a fianco Nathan.
Tornato per tre mesi ministro del Tesoro nel secondo governo Nitti (marzo-maggio 1920), Luzzatti sollecitò conferenze internazionali per correggere le storture dei Trattati “di pace”, altrimenti forieri di rivalse e di nuovi conflitti. Pacifista per vocazione, come il premio Nobel per la pace Teodoro Moneta e come lui fermo nel sostegno dei diritti degli italiani nel mondo, accordò il suo voto al governo di unione costituzionale dal 31 ottobre 1922 presieduto da Benito Mussolini e lo confermò anche dopo l’“affare Matteotti”. Quando parte dell’opposizione disertò l’Aula, vi rimase per sostenere leggi di pubblica utilità, a cominciare della “battaglia del grano” che non era affatto “fascista” ma arrivava dall’Istituto Internazionale per l’Agricoltura (1908) voluto da Vittorio Emanuele III e da Giolitti.
Luzzatti insegnò che “la democrazia vera è quella che cerca di innalzare i poveri e gli ignoranti, non già di deprimere gli agiati e i sapienti. È un’opera di concordia, non di guerra sociale. Toglie o tempera gli attriti; non li crea e non li accresce. Benefica, edifica, non sconvolge gli ordini sociali”. Fu un grande e vero Costruttore. Uomo universale, sapeva che gli Stati e i governi passano, i “Grandi spiriti” sopravvivono.
Aldo A. Mola

Luigi Luzzatti è ricordato anche per il rigore amministrativo. E storico l’anneddotoil riguardante il rifiuto pagare le fatture per il mantenimento dei gatti che dovevano “eliminare i topi che rosicavano i documenti archiviati, La frase era: “i gatti devono mangiare i topi non il cibo che comprate. Questa citazione era del nostro prof di RAGIONERIA, liberale.
O tempora, o mores.