
I suoi alberi sono sagome ambigue, piantate su campi che sanno di deserto, e i volti delle sue maschere tragiche riportano ad una teatralità antica ma non dimenticata: come un andare indietro nel tempo e nella memoria.
I suoi dipinti non sono astrusi rompicapi per iniziati, ma stanno lì a testimoniare un lavoro che è conquista di valori e di orizzonti nuovi ed è anche un ritrovare attraverso la pittura una propria autoaffermazione soggettiva.
Egli, nello stesso tempo, approda ad un’espressione artistica personale, pone il problema della sua arte e attraverso un itinerario possibile, spinge noi a riconsiderare tutta quanta l’esistenza nella sua complessità, ma anche nella sua evanescente tragicità.
Certo si potrebbe ricercare i prodromi del fare pittura di Aragona, gli antefatti di questa storia artistica ed umana dentro tutti i fatti della nostra terra e ricucire come in un grande racconto tutte le sollecitazioni che hanno fatto Aragona pittore, ma niente potrebbero aggiungere all’emozione che possono dare questi paesaggi, questi alberi, questi volti con i loro sguardi persi nel vuoto.
E resterebbe fuori anche la storia semplice di un uomo che, al di fuori di scuole e di Accademie, è riuscito a dare spessore ed unità al suo mondo interiore, e, con semplicità a dirci cose che non sono nè facili a dire, nè semplici ad esprimere.
Vincenzo Bonifiglio

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