
Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, è “fortemente preoccupato” per la decisione del gabinetto di sicurezza israeliano di autorizzare una serie di misure amministrative e di applicazione della legge nella Cisgiordania occupata. In una nota del portavoce Stephane Dujarric “avverte che l’attuale situazione sul terreno, inclusa questa decisione, sta compromettendo la prospettiva della soluzione a due Stati”. Inoltre ribadisce che “tutti gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, non hanno alcuna validità legale e costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale”. Una ferma condanna delle decisioni israeliane riguardo alla Cisgiordania è giunta dalla Lega araba, che in una nota parla di “un’escalation senza precedenti nel processo di annessione, colonizzazione e sfollamento della popolazione, e una minaccia agli accordi firmati tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e Israele, in particolare gli accordi di Oslo (gli accordi chiedevano un ritiro delle forze israeliane da alcune aree della striscia di Gaza e della Cisgiordania, ed affermavano il diritto palestinese all’autogoverno in tali aree, attraverso la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese) e l’accordo di Hebron”. (Accordo di Hebron fu un accordo relativo alla ridistribuzione delle forze militari israeliane a Hebron (la città si trova circa 30 km a sud di Gerusalemme) tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
La Lega araba mette inoltre in guardia dai “pericoli associati alla violazione dei luoghi santi islamici e cristiani, sottolineando che qualsiasi attacco alla moschea di Ibrahimi e qualsiasi trasferimento di autorità su di essa sono assolutamente inaccettabili”. Per questo, “invita la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ad assumersi le proprie responsabilità legali e morali e ad adottare misure immediate e decisive per porre fine a queste violazioni e garantire la protezione del popolo palestinese, della sua terra e dei suoi luoghi santi”. La città di Gaza continua a fronteggiare una grave carenza di acqua potabile e per uso domestico. Lo ha detto il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric. “Questo – ha aggiunto – avviene nonostante la recente riapertura della valvola sulla condotta Mekorot, che collega Israele a Gaza per la fornitura di acqua dolce. Solo 6 mila metri cubi raggiungono ogni giorno la popolazione della città, con perdite significative nelle aree difficili da raggiungere”. Dalla fine di gennaio, ha detto Dujarric, i partner dell’Onu hanno distribuito in tutta Gaza oltre 100 mila taniche d’acqua, oltre 700 mila saponette, più di 25 mila kit igienici, più di 400 servizi igienici domestici e 250 kit antiparassitari. Riaperto ieri dopo due giorni di chiusura, il valico di Rafah ha visto oggi l’evacuazione in Egitto del sesto gruppo di feriti e malati, una ventina di persone con altrettanti accompagnatori, assistiti dalla Mezzaluna Rossa palestinese. E i sanitari non hanno mancato di osservare che gli arrivi continuano ad essere in misura di gran lunga inferiore a quanto concordato, 50 malati e 100 accompagnatori. Il leader del partito di destra nazionalista Yisrael Beytenu, Avigdor Liberman, ha accusato il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu di “tornare esattamente allo stesso concetto fallimentare che ha portato al disastro” del 7 ottobre. Rivolgendosi alla stampa prima della riunione settimanale della fazione del suo partito di opposizione di linea dura alla Knesset, Liberman (un influente politico israeliano di destra radicale oggi membro della Knesset il parlamento monocamerale d’Israele)
ha parlato della sua visita odierna al confine con Gaza, sostenendo che “il governo del 7 ottobre sta imponendo una ‘tassa Hamas’ ai cittadini israeliani e sta convogliando beni verso di essa a spese dei cittadini israeliani”. Secondo Liberman, Hamas governa Gaza “completamente” dalla sua parte della linea del cessate-il-fuoco. Sostiene inoltre che “non c’è alcun dubbio” che il 7 ottobre non sarebbe accaduto se non ci fosse stato il disimpegno da Gaza del 2005. Hamas non intende consegnare le armi: “Criminalizzare la resistenza, le sue armi e coloro che l’hanno portata avanti è qualcosa che non possiamo accettare”, ha affermato uno dei leader del movimento, Khaled Meshal, durante una conferenza a Doha. “Finché ci sarà l’occupazione, ci sarà resistenza. La resistenza è un diritto dei popoli sotto occupazione… qualcosa di cui le nazioni vanno fiere”, ha affermato Meshal. Israele sostiene che Hamas ha ancora circa 20mila combattenti e circa 60mila kalashnikov a Gaza.
Giuseppe Basilico

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