
Il commissario europeo per il Commercio e la sicurezza economica Maroš Šefčovič arriva oggi in Cina per una visita di due giorni in cui incontrerà il ministro per il Commercio cinese Wang Wentao. Il tema al centro dell’incontro è l’enorme deficit commerciale accumulato dall’Unione europea rispetto alla Cina: oltre un miliardo di euro al giorno. L’Ue importa sempre di più dalla Cina mentre le esportazioni europee verso Pechino sono invariate o in diminuzione, e i dati mostrano che si tratta di una tendenza in crescita. Temi che Šefčovič e Wang avevano già affrontato nel precedente bilaterale dello scorso giugno e per cui l’Unione aveva chiesto un taglio “volontario” delle esportazioni cinesi di auto ibride, ottenendo picche. Pechino detiene inoltre il monopolio, o quasi, nel raffinamento e nella lavorazione delle materie prime critiche, che funge da leva nei confronti dell’Ue. Anche questa partita rientra nel negoziato tra il Vecchio continente e il gigante asiatico. A intimorire Bruxelles c’è quello che gli economisti chiamano “China shock 2.0”: ovvero un’ondata di esportazioni sottocosto sussidiate in modo massiccio dal governo cinese in settori strategici, come quelli afferenti alla transizione green. Il rischio è che nel tempo questo deficit porti alla deindustrializzazione del cuore tecnologico e industriale dell’Europa, con il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz che chiedono alla Commissione europea meccanismi di tutela. “Nel negoziato con Pechino è in gioco il futuro dell’economia dell’Ue”, per Šefčovič.

Deficit: cosa vuole fare l’Ue
Quando nel 2001 la Cina entrò nell’Organizzazione mondiale del commercio l’impatto per l’Occidente fu travolgente: nel tempo i negozi si riempirono di merci cinesi a basso costo provenienti dai settori manifatturieri tradizionali, come tessile, calzature, giocattoli ed elettronica di base, provocando la chiusura di migliaia di fabbriche. Dopo quell’ondata di esportazioni cinesi, quella attuale rischia di passare alla storia come il secondo shock – questa volta di prodotti altamente tecnologici, il risultato del piano industriale Made in China 2025 avviato nel 2015. Questo eccesso, dal punto di vista europeo, è il risultato del riorientamento dei sussidi statali di Pechino verso la manifattura avanzata e i prodotti della transizione verde, in primis auto elettriche e ibride, batterie e pannelli solari. Ne risulta una sovrapproduzione che Pechino rilascia sui mercati europei a prezzi che la concorrenza locale non può uguagliare. Quello che Bruxelles vuole negoziare, quindi, è un tetto alle esportazioni cinesi. La prima carta giocata dall’Ue è stata quella di chiedere alla Cina una riduzione volontaria di veicoli ibridi esportati verso l’Europa a una soglia di circa il 15% del mercato europeo – rispetto ad oltre un terzo nello scenario attuale – pena azioni ritorsive come l’imposizione di dazi. Pechino, però, ha respinto la proposta sui veicoli ibridi. Come riporta il Financial Times, quello che la Commissione sta valutando ora è una misura temporanea di salvaguardia commerciale che consentirebbe alla Cina di esportare un numero limitato di veicoli verso l’Ue, con dazi maggiorati applicati solo sulle quote eccedenti questo tetto. L’obiettivo dei negoziatori è concordare una soglia accettabile per Pechino affinché eviti ritorsioni commerciali. Il rovescio della medaglia, però, è di dover estendere il sistema di quote anche ad altri partner come Regno Unito, Corea del Sud e Giappone.
La leva di Pechino
L’Ue ha regole rigide sulle importazioni dalla Cina e vuole limitarle in settori chiave come l’automotive. All’attivismo regolatorio dell’Ue Pechino risponde limitando le esportazioni in altri settori e con l’uso asimmetrico dei controlli su alcune forniture globali strategiche. Pechino ha quasi il totale controllo delle materie prime critiche. Si tratta di risorse naturali raffinate in Cina – come terre rare, gallio, germanio e grafite naturale – di cui l’Unione europea ha estrema necessità per alcune produzioni chiave (come semiconduttori e batterie) e per raggiungere così alcuni dei suoi principali obiettivi, in primis la transizione verde e digitale, nonché la sovranità industriale e l’autonomia strategica. Pechino fa leva sul proprio monopolio e si avvale soprattutto di due strumenti. Il primo è una serie di restrizioni o di licenze richieste per le esportazioni dirette all’Ue, che consente così di rallentare l’industria green e tech europea. La seconda sono indagini antidumping speculari a quelle dell’Ue verso settori politicamente sensibili, l’ultima delle quali avviata strategicamente alla vigilia dell’incontro tra Šefčovič e Wang. Il 3 ottobre, infatti, il ministero del Commercio di Pechino ha aperto un’indagine sul p-nitrotoluene, un composto organico usato nella produzione di coloranti, farmaci e pesticidi, importato dall’Ue. L’iniziativa risponde alle istanze avanzate a settembre dall’industria chimica cinese, penalizzata dai prezzi sproporzionatamente bassi delle forniture europee. Una situazione alquanto paradossale, ma che sembra mettere i due attori sullo stesso piano, almeno formalmente.
La proposta franco-tedesca
La missione a Pechino di Šefčovič si incrocia con l’offensiva politica firmata da Macron e Merz. In una lettera congiunta inviata alla Commissione europea lunedì, Francia e Germania chiedono l’introduzione urgente di uno “strumento di risposta rapida” con l’obiettivo di dotare la Commissione di poteri commerciali speciali per applicare sanzioni e barriere tariffarie in tempi brevi, superando i lunghi iter burocratici delle tradizionali indagini antidumping e antisovvenzioni. L’iniziativa sancisce così la convergenza dei due motori dell’Unione: Parigi, da sempre sostenitrice del protezionismo strategico, ha trovato l’appoggio di una Berlino tradizionalmente più cauta ma che oggi si riscopre spaventata dalla crisi della propria industria automobilistica. Sullo sfondo resta tuttavia l’ombra degli Stati Uniti. Bruxelles si muove su un filo sottile: da un lato subisce le pressioni di Washington per un allineamento nella strategia di contenimento anti-Cina; dall’altro cerca di difendere la propria “autonomia strategica”, evitando di farsi trascinare in un protezionismo cieco che danneggerebbe l’economia continentale. L’asse franco-tedesco punta così a dotare l’Europa delle armi necessarie per trattare con Pechino da una posizione di forza, o comunque di minor vulnerabilità, trasformando la dottrina del derisking, così come immaginata dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, da mero slogan in un efficace dispositivo di tutela industriale.
Il commento
di Filippo Fasulo, Coordinatore di Ricerca e Head dell’Osservatorio Asia, ISPI
“In un’epoca di policrisi, con guerre calde e rivolte sociali in Francia e Spagna, il principale problema strutturale per l’Europa è il suo rapporto con l’economia cinese. Per questo Šefčovič è volato a Pechino per incontrare l’omologo Wang dopo essersi già confrontati a giugno. Il commissario Ue ha cominciato il suo viaggio con in tasca la lettera di Macron e Merz che chiedono a von der Leyen di predisporre misure senza precedenti per trattare con la Cina, fino all’immediata chiusura del mercato europeo. Come ci si è arrivati? La pressione industriale cinese – che cresce solo grazie all’export – si è fatta insostenibile per il resto del mondo. Gli Usa negoziano mettendo sul tavolo i propri semiconduttori per ottenere più terre rare, mentre la vera forza di Bruxelles è la dimensione del proprio mercato, come sfogo per la produzione di Pechino. Si tratta di una misura estrema, ma che oggi ha il sostegno politico delle principali economie del continente.”
Istituto Ispi

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