
Il trauma del 7 ottobre interroga duramente la coscienza globale. Per il socialismo democratico e l’internazionalismo, questa data non è solo l’inizio di una dolorosa scia di violenze innescata da quel brutale attacco, ma un imperativo etico: difendere il diritto alla sicurezza e all’esistenza di una democrazia ferita. Davanti alle atrocità del terrorismo e al dramma dei civili, il pensiero riformista non può cedere all’equidistanza o a silenzi di comodo. Deve, al contrario, rivendicare il coraggio della complessità. Il Novecento ci insegna che il terrore e il fanatismo che mira alla distruzione dello Stato ebraico non producono emancipazione, ma solo oppressione. La sicurezza non è negoziabile: o si riconosce il diritto fondamentale di Israele a proteggere i propri cittadini, o si accetta che la sopravvivenza dipenda solo dalla forza delle armi. Oggi il dibattito pubblico è drammaticamente impoverito da ideologie unilaterali che paralizzano persino le università e i luoghi di cultura. In questa radicalizzazione, l’ascolto e il rifiuto del muro contro muro sono gli unici strumenti per isolare l’estremismo. La via socialista alla pace non si costruisce con slogan di piazza che isolano Israele, ma sostenendo l’attivismo e le forze progressiste che, all’interno della stessa società israeliana, cercano soluzioni diplomatiche senza mai rinunciare alla legittima difesa. Custodire il dialogo significa riconoscere l’umanità dell’altro per non rassegnarsi a una guerra permanente.
Raffaele Amendola

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