
Dalla sicurezza alimentare al controllo del Mar Nero, fino all’avanguardia tecnologica nei droni: perché l’integrazione di Kiev è il punto di svolta per l’autonomia del Vecchio Continente.
In questi giorni si torna a parlare di piena adesione dell’Ucraina alla UE, dopo che il cancelliere Merz aveva anticipato l’idea di un trattato associativo come primo passo. Non è un caso forse che subito si siano mossi politici italiani molto sensibili agli interessi russi, dichiarandosi nettamente contrari.
Altri invece ritengono che l’ingresso dell’Ucraina nella UE sia un fattore strategico positivo soprattutto per l’Europa. Per una serie di motivi importanti: 1) per il controllo del Mar Nero, 2) per il controllo delle rotte del grano, 3) per l’integrazione nel futuro sistema difensivo europeo della ragguardevole potenza militare che gli ucraini hanno sviluppato nel corso della loro guerra di indipendenza nazionale.
Cerchiamo di articolare questi tre punti: partiamo dal Mar Nero che è un luogo geopolitico fondamentale. Il Mar Nero è il mare interno più strategico del continente europeo dal momento che connette il Mediterraneo all’Asia centrale. Un’Ucraina nell’UE significherebbe avere accesso diretto a quel bacino, con porti come Odessa che diventerebbero porti europei. Sarebbe una trasformazione rilevante con l’Europa che smette di essere una penisola occidentale dell’Eurasia (proiettata verso l’Atlantico e fin troppo dipendente dalla Superpotenza di oltreoceano…) e diventa un attore nel cuore del continente asiatico, nella grande “isola del Mondo”.
Sulla rotta del grano la visuale del vantaggio è ancora più immediata: Ucraina e Russia insieme producono circa il 30% del grano mondiale. La guerra ha dimostrato quanto questa dipendenza sia pericolosa: il blocco delle esportazioni di grano nel 2022, per scelta di Putin, ha prodotto crisi alimentari in Africa e Medio Oriente. Un’Ucraina europea significa che quella produzione agricola enorme — le terre nere ucraine sono tra le più fertili del pianeta — diventa parte del sistema alimentare europeo, con tutto ciò che ne consegue in termini di sicurezza e potere negoziale.
Quello sul potenziale militare è un discorso che appassiona pochi in Italia, con una opinione pubblica in larga parte divisa tra un irenismo un po’ utopistico e la sopravvalutazione della forza militare russa, ma che oggi diventa cruciale. Cogliamo una evoluzione: l’esercito ucraino nel 2022 era già significativo ma convenzionale; oggi esso è probabilmente l’esercito con più esperienza di combattimento reale in Europa dal momento che ha imparato a combattere contro una grande potenza nucleare partendo da una base di risorse limitate, sviluppando dottrine, tattiche e tecnologie che nessun esercito NATO ha sperimentato in condizioni reali comparabili. Integrare quella competenza nel sistema difensivo europeo sarebbe un vantaggio straordinario proprio per noi che nella UE/NATO già ci siamo e non ancora abbiamo digerito la portata storica del graduale disimpegno dell’America dal Vecchio Continente: un ritiro annunciato che sembra essere una ripicca di Trump, ma in realtà, in forme molto più diplomatiche, era già iniziato con Obama.
L’Ucraina ha sviluppato in condizioni di guerra reale una delle industrie dei droni più avanzate del mondo per un’ovvia necessità di sopravvivenza. Ha imparato a produrre droni economici ed efficaci in condizioni di scarsità, a sviluppare contromisure, a integrare l’intelligenza artificiale nel targeting militare: è un patrimonio di competenze militari e tecnologiche di valore inestimabile che integrato nell’industria della difesa europea darebbe un vantaggio competitivo significativo.
Vi sono poi considerazioni ulteriori di tipo economico. L’Ucraina ha anche una base industriale significativa, un settore IT (tecnologie informatiche) ben sviluppato — Kiev era prima della guerra uno dei principali hub tecnologici europei — e possiede risorse naturali abbondanti oltre al grano, inclusi minerali fondamentali per la transizione energetica: quelli su cui volevano mettere le zampe prima Putin, poi Trump e sospettiamo ancora adesso Putin e Trump insieme.
Infine sullo sfondo c’è la lezione geopolitica della storia. Se l’Europa lascia un vuoto ai suoi confini orientali, quel vuoto è destinato ad essere riempito da potenze ostili o concorrenziali. L’alternativa a una Ucraina europea non è un’Ucraina neutrale e pacifica: è un’Ucraina indebolita, risucchiata nell’orbita russa, che riporterebbe il confine della pressione russa al cuore dell’Europa centro-orientale. Polacchi, Baltici, Romeni lo sanno benissimo; dovremmo capirlo anche noi.
Viceversa, l’adesione dell’Ucraina alla UE invierebbe un messaggio inequivocabile a tutta l’arco orientale — dall’Asia centrale ai Balcani — che l’Europa è un progetto aperto basato su valori di liberaldemocrazia e coesistenza pacifica tra i mercati. Un modello che può diventare più attrattivo rispetto all’idea di fare da Stati satelliti di una ex superpotenza iper-militarista che non si rassegna al declino.
Concludiamo con un riferimento alla contrarietà espressa da politici come Matteo Salvini: una posizione filorussa mascherata da pragmatismo. La contraddizione di questi soggetti è evidente: chi si dice difensore degli interessi nazionali italiani dovrebbe sapere che l’Italia ha enormi interessi nel Mediterraneo orientale e nel Mar Nero — interessi commerciali, energetici, di sicurezza. Un’Ucraina europea rafforza quegli interessi. Un’Ucraina nell’orbita russa li indebolisce.
Oggi i populisti si preparano a cavalcare quelli che sono gli aspetti critici dell’integrazione dell’Ucraina nella nostra Unione. Sono problemi concreti: una Ucraina post-bellica, che immaginiamo decisamente debilitata, dovrà riformare il suo sistema giudiziario, ridurre la corruzione endemica, allineare migliaia di normative agli standard europei.
C’è poi il problema agricolo — l’ingresso dell’enorme produzione agricola ucraina nel mercato comune europeo senza adeguate misure di transizione rischierebbe di danneggiare l’agricoltura di Polonia, Romania, Ungheria. Un conflitto di interessi interno che va gestito con intelligenza politica.
E c’è infine la questione della guerra ancora in corso: non si è mai integrato nell’UE un paese con un conflitto armato aperto sul proprio territorio. Richiederà formule originali e una integrazione scandita per tappe.
Ma tutti questi ostacoli sono in fondo gestibili: sono problemi tecnici e politici, non impedimenti strutturali. L’Ucraina ha pagato un prezzo di sangue enormemente alto per il diritto di scegliere il proprio futuro europeo. Ricordiamo che pochi giorni fa Putin ha apertamente minacciato un altro paese, l’Armenia, qualora intendesse coltivare aspirazioni europeiste.
Alfonso Piscitelli

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