
Con molto dispiacere mi tocca ricordare che gli storici riportano nei loro testi “atti documentali” e non “tesi precostituite” come spesso fanno alcuni colleghi giornalisti. Questi ultimi, spesso, cercano lo scoop che fa audience senza verificare i documenti. Il casus belli è dato da alcune tesi precostituite: la prima è quella che mette in dubbio i dati dei documenti delle leggi di bilancio dello Stato italiano asserendo che non è vero che il Pil pro capite italiano aveva superato quello britannico negli anni ’80. A tal riguardo si riporta la foto della Banca mondiale per gli anni dal 1983 al 1987:

Nella prima riga c’è quello dell’Italia mentre nel quarto c’è quello britannico. Nel 1983 per l’Italia era di 7.851 $ USA pro-capite, ovvero per ciascuno, mentre per la Gran Bretagna era di 8.692 $ USA. C’erano quindi 841 $ USA a nostro svantaggio. Nel 1987 l’Italia arriva a 14.268 $ USA e la Gran Bretagna a 13.119 $ USA. La differenza, stavolta a nostro vantaggio, fu di ben 1.149 $ USA. Il reddito in $ USA è per persona quindi, come erroneamente affermato da taluno, non c’entra nulla l’aumento o la diminuzione di abitanti.
La seconda tesi precostituita è legata ai presunti orrori commessi dai nostri governi negli anni ’80 in tema finanziario. Vediamo anche qui i numeri che chiariscono una volta e pe sempre: nella primavera del 1983 il governo fu affidato a Bettino Craxi che, al suo interno, aveva un ministro alle Finanze tal Bruno Visentini un grande esperto di finanza internazionale che raccolsero questa eredità:
l’emissione dei Bot veniva fatta con tassi d’interesse al 20,0% ed i CCT al 21,9%; il tasso di sconto aveva toccato quota 18,00% e quello interbancario era schizzato al 20,28%.
Con una mirata politica economico finanziaria portarono l’Italia da
un tasso inflattivo pari al 16,5% del 1983 al 4,7% nel 1987;
uno spread pari a 1.172 punti base nel 1983 a soli 262 punti nel 1987.
Per il PIL ovvero la ricchezza complessiva vediamo i dati del 1983:

e quelli del 1986 quando finì quel governo
Come si noterà la Gran Bretagna fu superata anche per ricchezza totale prodotta: PIL e ciò ci consenti di entrare nel G7.
Se ciò non è stato ancora digerito ancora oggi da molti italiani, all’estero se ne avvidero e come. Infatti, l’Agenzia di rating Moody’s riconobbe a quel governo per il 1986 la tripla AAA, cosa mai più accaduta. Di questa positiva ripresa economica, industriale, finanziaria e sociale se ne avvidero gli italiani ma anche, e soprattutto, negli USA dove la rivista americana “Newsweek” a conclusione del governo Craxi gli dedicò una copertina dal titolo evocativo e significativo “Nuovo miracolo economico italiano” mettendo in evidenza il fatto che il reddito medio del Bel Paese aveva addirittura superato quello della Gran Bretagna.
Venendo ad oggi, meglio da un abbondante trentennio in qua non possiamo fare a meno di sentire richieste di continuo sforamento del debito pubblico e del collegato deficit. Tutti i governi, chi più e chi meno, si sono distinti senza distinzione di colori nell’aumentare la spesa pubblica per donare a questa o quella corporazione. In tal modo hanno portato la spesa pubblica a oltre 1.000 miliardi di euro l’anno. L’Italia destina alla spesa pubblica circa il 54% del PIL, a fronte di una media OCSE intorno al 43%. Quindi,piuttosto che chiedere all’UE deroghe sarebbe meglio pensare a tagliare diverse voci di spese inutili. Ad esempio, non chiedere alla UE di eliminare la sua folle burocrazia quando noi ne abbiamo una che è a dir poco raccapricciante eliminando il grosso dello strapotere della legge Bassanini; tagliare le 8.323 aziende pubbliche che impiegano 963.000 addetti fra imprese partecipate: Società (prevalentemente S.p.A. o S.r.l.) in cui gli enti locali detengono quote di capitale, utilizzate per la gestione di servizi di interesse generale (trasporti, igiene urbana ed energia) e Aziende speciali ed enti strumentali: Enti dotati di personalità giuridica propriamente creati dagli enti locali (come i Comuni) per gestire servizi pubblici senza ricorrere al mercato privato. Tagliare i circa 600 bonus fiscali molti dei quali sono delle semplici mance elettorali che, come le accise, rimangono in eterno. Tagliare di almeno il 50% per fiere, feste paesane e santi patroni che ricevono miliardi di euro fra Stato, Regioni e Comuni. Tagliare i finanziamenti alla sedicente “cultura” per finanziare film che non vede quasi nessuno senza dimenticare i teatri, giornali ecc. La lentezza e le criticità croniche della giustizia dai costi incredibili. Gli sprechi nel comparto degli acquisti di beni e servizi da parte delle Pubbliche Amministrazioni. Le inefficienze del trasporto pubblico locale. Senza dimenticare contributi alle imprese che sono frammentati, regressivi e spesso improduttivi, hanno assorbito decine di miliardi senza effetti strutturali su innovazione ed export. Non sono altro che spesa corrente mascherata da politica industriale. Tutto ciò ci farebbe risparmiare almeno 240 miliardi di euro l’anno da INVESTIRE NON DA SPENDERE.
Raffaele Romano

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