
“un teatro vivo, un teatro della città e dei lucchesi, aperto alle attività che nascono all’interno della città come a quelle che vengono da fuori, nazionali o internazionali che siano purché di qualità. E’ ora di ripristinare la cultura del “bello” del “fatto bene” della professionalità; bisogna dire basta al pressapochismo e all’accontentarsi, occorre combattere la filosofia del “pur che sia”, della mediocrità, che uccide l’interesse del pubblico e degrada la capacità critica dei giovani. Un teatro che ricominci a produrre facendo rivivere e valorizzando quelle che sono le risorse interne, quelle maestranze che spesso portano con sé decenni di esperienza e di passione; un teatro che riscopra il piacere di dar vita ad uno spettacolo cominciando dalle fondamenta e non solo un contenitore dove mostrare ciò che fanno gli altri. Un teatro che diventi palestra per le nuove generazioni non solo di cantanti ma di tecnici, di scenografi, di registi… Lucca, città della musica e della cultura non può volere meno di questo né io credo che, per quanto concerne il mio ruolo, potrei desiderare qualcosa di diverso…”
Parole che si sostanziano, ad un mese dal suo inizio mandato, con la realizzazione di questa difficile quanto meravigliosa opera che porta due firme eccellenti, quella di Eduardo De Filippo per il testo e quella di Nino Rota per le musiche. Napoli Milionaria, opera andata in scena per la prima volta nel 1977 al Festival dei Due Mondi di Spoleto con la direzione del Maestro Bruno Bartoletti, vede, prima di questo, due soli altri allestimenti, anzi, in realtà uno solo dal momento che quello proposto al 36° Festival della Valle d’Itria nel 2010 firmato da Arturo Cirillo su scene di Dario Gessati e costumi di Gianluca Falaschi, sarà ripreso nella seconda ed ultima riproposizione al Teatro Lirico di Cagliari l’anno successivo.
Grande fu il successo di pubblico per la prima spoletina ma non di critica. Fu un attacco frontale quello che la critica filo avanguardista e decisamente ideologizzata mosse a Rota al quale contestava di essere un musicista “reazionario”; in realtà non gli si perdonava la sua totale indipendenza intellettuale e creativa. Per quei “puristi” l’opera si mostrava vecchia, superata, fuori del tempo nel suo impianto tonale con le sue allusioni, reminiscenze, somiglianze in un mix che comprendeva le “villanelle alla napoletana”, la canzone piedigrottesca, il “boogie-woogie” ma anche le melodie operistiche che ammiccano ad un certo puccinismo e all’enfasi mascagnana.
Solo il decantare di certe idiosincrasie ed il mutare mutevole delle mode, ha riconsegnato, proprio nella edizione di Martinafranca, il giusto valore che compete a questo affresco di grande intensità e di notevole originalità.
Lucca ripropone questa opera, insieme ai teatri di Pisa e Livorno, all’interno del progetto LTD Opera Studio, laboratorio di formazione per giovani cantanti iniziato nel 2001 con un’altra opera firmata da Nino Rota, Il cappello di paglia di Firenze. Un impegno decisamente difficile che ha visto il regista, un eccellente Fabio Sparvoli, allievo dell’indimenticato Giorgio Strehler e protagonista di grandi pagine del teatro di prosa come della lirica (ultima sua fatica I Pescatori di Perle al teatro san Carlo di Napoli) lavorare a fianco dei ragazzi per oltre due mesi e mezzo.
“Era necessario, per garantire loro di poter affrontare questo testo con gli strumenti necessari per renderlo nel modo più adeguato. E’ un’opera difficile, complessa nelle sue articolazioni psicologiche, nella sua contestualizzazione (facile e pericoloso farne una macchietta napoletana, quando invece ci troviamo di fronte ad una grande opera nata da un grande testo teatrale), nella lingua e nella necessità di essere recitata e interpretata altrettanto bene quanto lo dev’essere cantata. E’ stato un lavoro lungo e faticoso che ha dovuto vincere prima una certa sotto valutazione e poi l’ansia di raggiungere quegli obbiettivi che ci eravamo prefissati e che richiedevano tempi lunghi, ma credo di poter dire, con grande soddisfazione, che ognuno dei 27 interpreti ha saputo fare la propria parte con diligenza, entusiasmo, e passione. Hanno imparato a comprendere prima ed ad amare poi questo testo acquisendone gli elementi più significativi e traducendoli in azione scenica e canto decisamente convincenti.
Napoli Milionaria ha un respiro universale anche se vive e si nutre di vicende ambientate in una Napoli perfettamente riconoscibile, quella dei bassi; ma quell’umanità che Eduardo dipinge così bene, e nell’opera con maggiore amarezza che nel testo teatrale, è riscontrabile anche oggi, quasi settant’anni dopo la messa in scena del dramma teatrale e trentasei anni dopo la prima dell’opera. Un’umanità piena di contraddizioni, di sofferenza, di ambizioni e di delusioni, di passioni e di meschinità. Oggi come ieri la nostra società è popolata di Amalie di Gennari, di Marie Rosaria e di Errichi “Settebellezze”; oggi più di ieri, forse, ci viene più naturale dire “La guerra non è finita e non è finito niente!” piuttosto che, come aveva concluso nel ’45 Eduardo nella commedia, “ Ha da passà ‘a nuttata”… Con quest’opera, Eduardo ci invita a riflettere sulla realtà da noi stessi distorta nella quale si annida il vuoto più profondo assunto come valore dominante che priva l’uomo della sua dignità ma, principalmente, della sua umanità”.
Un altro importante “conductor” di questo allestimento è il giovane direttore, il Maestro Matteo Beltrami, eccellente bacchetta ormai sui podi internazionali e appassionato docente e formatore di quei giovani interpreti che si sono cimentati in questa full immersion dentro un genere musicale contemporaneo ma fortemente caratterizzato da una classicità che pesca abbondantemente nel melodramma del XIX e XX secolo con evidenti e piacevoli rimandi anche a Puccini.
“E’ inspiegabile come un’opera del genere sia stata dimenticata – commenta Beltrami che ha ottimamente diretto l’Orchestra della Toscana – È vero che la critica segue le sue mode ed è comprensibile che negli anni Settanta si cercassero altre cose, ma è difficile capire e accettare che la collaborazione tra due mostri sacri come De Filippo e Rota sia finita nel dimenticatoio per così tanto tempo. Napoli milionaria ha avuto la grande sfortuna di essere nata in un periodo storico nel quale la critica e il gusto imperante nell’intellighenzia culturale e musicale italiana aveva delle pretese in fatto di stile compositivo, giuste o sbagliate che fossero, che questo capolavoro era ben lungi da soddisfare; adesso, al contrario, con spirito più sereno i pregi di questa partitura risultano evidenti e inopinabili: la vis melodica esuberante e quasi sfacciata, la perizia nell’uso delle voci e l’accuratezza dell’orchestrazione, la fusione di forme e generi musicali diversi in uno stile personale e inconfondibile lo rendono molto vicino al sommo compositore lucchese. I ritmi e le melodie si imprimono nella memoria in maniera indelebile, i personaggi sono tantissimi ma così ben definiti che si rendono subito riconoscibili durante lo svolgimento della vicenda, gli impasti timbrici che provengono dalla buca sono affascinati, ricercati e innovativi senza peraltro sconcertare l’orecchio; a quest’opera non manca nulla per essere definita un capolavoro e avere d’ora in poi il posto che le compete nel repertorio operistico italiano”.
E alla nostra richiesta se avesse preferito un cast di professionisti per questa rentrée di un’opera così particolare, ci ha risposto: “Se da un lato la maturità che grandi interpreti hanno raggiunto in anni di carriera forse avrebbe aiutato a portare più in superficie le molteplici sfaccettature dei personaggi e a venire a capo della perigliosa tessitura vocale, dall’altro il ritmo vorticoso a tratti frenetico dell’avvicendarsi delle diverse situazioni dei singoli personaggi, con le loro melodie e le loro sfere timbriche molto ben delineate, rende questo melodramma adatto ad una compagnia di giovani interpreti che, in questo caso, attraverso varie selezioni e stage preparatori hanno avuto modo di misurarsi comprendere e assimilare la complessità di questo capolavoro. Il loro entusiasmo, la loro sete di apprendere e di condividere questa avventura con animo libero da schemi e da gerarchie, ha giocato un ruolo determinante per la riuscita dell’opera”.
Suggestive le scene di Alessandra Torella che ha curato anche i costumi di questo allestimento (suoi cono i costumi di Marianna Ucria, La vita è bella, Pinocchio, ma anche di Vivaldi il prete rosso o Jerusalem), scene che ben incastonano questa storia che, nonostante sia nata sotto gli effetti di un conflitto mondiale, ancora ha tanto da dirci e molto da farci riflettere sui valori sostanziali di ognuno e della comunità nel suo assieme.
La risposta del pubblico, oltre il “tutto esaurito” delle due serate, è stata una interminabile pioggia di applausi, quasi una standing ovation preceduta da una lunga tensione emotiva che ha accompagnato i tre atti dell’opera ad esclusione di alcuni applausi a scena aperta. Anche quei silenzi, però, hanno detto come quell’opera “nuova” avesse raggiunto senza difficoltà il cuore del pubblico emozionandolo e avvincendolo dentro una storia di ieri ahimè troppo simile a tante storie di oggi.
Pregevole la prova di Valeria Sepe, l’Amalia della recita di sabato che ha incantato il pubblico con un mix recitazione – voce davvero notevole. Alla stessa stregua, eccellente la performance di Francesca Paola Geretto, una Maria Rosaria che ha “letto” con passione e precisione il personaggio della giovane figlia, colei che più vicina all’animo di Gennaro, ne comprende il dramma al suo ritorno. Bella l’interpretazione che Giampiero Cicino ha fatto di Gennaro. Da attore provetto, ha dato alle parti recitate quel pathos che le ha rese indimenticabili, come pure nella parte cantata ha dato complessivamente una buona prova. Anche Stefano Trizzino, il sergente americano Jhonny, ci ha regalato una piacevole prova della sua versatilità pur nella brevità della sua parte a dimostrazione di quanto, in un complesso ed articolato mosaico com’è quest’opera, ogni ruolo è determinante all’equilibro dell’assieme. Ugualmente positive le prove offerte dagli altri protagonisti: Saverio Pugliese, il figlio Amedeo; Dario Di Vietri, Errico Settebellezze; Veio Torcigliani, Peppe ‘o cricco; Marta Lotti, Adelaide; Alessandra Masini, Assunta (davvero brava in quei passaggi nei quali il riso sembrava inarrestabile a darne per intero, e musicalmente, il senso drammatico); Gianluca Tumino, ‘O Miezo Prevete; Juan José Navarro, Riccardo Spasiamo, il ragioniere; Antonio Sapio, Federico; Andrea Antonino Schifaudo, Pascalino ‘o pittore; Raluca Pescaru, Donna Peppenella; Teresa Gargano, Donna Vincenza.
Eccellente l’Orchestra della Toscana che ha saputo trasferire al pubblico della partitura l’originalità e l’estro creativo del compositore anche nei rimandi alla musica tradizionale senza mai scadere in un facile folclore di maniera.
Napoli Milionaria tornerà nei palcoscenici toscani il 15 e 16 marzo a Livorno e il 23 e 24 marzo a Pisa, occasioni da non perdere per coloro che non hanno avuto la possibilità di partecipare alla prima lucchese.





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