
Quest’anno il “sor Puccini” non dovrebbe lamentarsi troppo dal momento che, almeno sulla carta, l’opera della prima, TOSCA, tornata dopo dieci anni sul palcoscenico del Giglio, sembra avere tutti i crismi per essere una buona produzione.

Per il primo, bacchetta di prim’ordine, frequentatore dei maggiori teatri di tutto il mondo dove viene apprezzato per la cura e la passione con la quale affronta la direzione d’orchestra, il merito di aver coinvolto, per queste sole due serate nelle quali andrà in scena l’opera, un cast di valore: la spagnola Carmen Solis e la lituana Ausrine Stundyte nel ruolo di Flora Tosca, l’ungherese Boldizsar Laszlo e il pisano Giorgio Berrugi in quello di Cavaradossi, il lucchese Gabriele Viviani nei panni del Barone Scarpia. Negli altri ruoli Angelo Nardinocchi, il Sagrestano, Deyan Vatchkov, Angelotti, Saverio Bambi, Spoletta, Sara Fanucci, il Pastorello.
Orchestra e Coro della Toscana, quest’ultimo diretto dal M° Marco Bargagna (che rivedremo a Pisa anche in veste di compositore) e Coro delle Voci Bianche della Cappella Santa Cecilia di Lucca diretto da Sara Matteucci
A Giacchieri va invece il merito di averci proposto una Tosca davvero “tradizionale”, straordinariamente “tradizionale”, proponendo i fondali dipinti della “Scenografia Sormani-Cardaropoli di Milano” e più in particolare le scene ideate da Nicola Benois, celebre pittore e scenografo russo, direttore degli allestimenti scenici della Scala dal 1937 al 1970.
Una scelta sicuramente coerente con quanto Giacchieri ha suggerito, indicato, incoraggiato durante i suoi anni di soprintendenza nei teatri di Verona, Torre del Lago, Napoli o Genova, ma anche un modo per dimostrare come “tradizionale” non fa rima con “vecchio” o “noioso” e che al contrario, in un’epoca di equilibrismi parossistici per “inventare” ambientazioni e rivisitazioni delle opere liriche ad opera di spregiudicati egocentrici, “tornare all’originale” è sinonimo di buon gusto e di rispetto per quanto, la penna e la creatività di grandi compositori hanno saputo fare nel passato.
Una scelta coraggiosa quella di Giacchieri, ma, proprio a Lucca, straordinariamente pertinente. Non resta dunque che attendere sabato 29 settembre (ore 20.30) o domenica 30 settembre (ore 16) che si apra il sipario e che musica e scene riempiano ancora una volta il teatro facendo rivivere, in un magico rito d’amore per l’arte e la cultura, una delle pagine più belle della lirica di ogni tempo.
Ma ascoltiamo dalla voce di Renzo Giacchieri qualcosa in più su questa Tosca:
Non è la sua prima Tosca, questa lucchese…
No, molte le ho messe in scena e molte di più fatte mettere in scena durante i miei anni trascorsi nei teatri italiani. Eppure, ogni volta è come aprire un libro nuovo o trovare, in quello letto mille e mille volte, pagine nuove e nuovi spunti di riflessione. Un’opera straordinariamente moderna anche se ben collocata in un preciso momento storico, dai colori accesi eppure dalle molteplici nuance capaci di suggerire emozioni incredibili. Un’opera dai mille risvolti e dalle mille possibili letture…
Che lei ha deciso di mettere in scena utilizzando dei fondali dipinti
Sì, continuando anche nel mio ruolo di regista quella battaglia combattuta contro delle messe in scena fantasiose e talvolta aberranti all’insegna del cattivo gusto e della violenza contro i compositori che, leggendo con un minimo di attenzione il libretto e i carteggi, hanno voluto le loro opere proprio in quel modo perché raccontassero le emozioni che le avevano generate.
Contro le rivisitazioni, dunque?
Contro il malcostume, che era diventata pessima abitudine, di “rileggere” in chiave fin troppo personale opere che avevano un senso così come erano state pensate. Ne avevano fatto un fatto “culturale”, quasi un dovere quello di inventarsi ambientazioni e chiavi di lettura difformi e “deformi”, spesso aiutati dalla connivenza di giornalisti “progressisti” che vedevano in quegli allestimenti un modo interessante di riproporre l’opera lirica, ritenuta “vecchia” nel linguaggio e nella forma.
E invece?
E invece, proprio riproponendo quelle opere nel loro giusto contesto, così come il compositore le aveva pensate musicando i libretti nei quali aveva spesso messo le mani per renderli più efficaci e più adatti al pubblico, si rende davvero moderna l’opera lirica. So che può sembrare un paradosso e invece solo restituendo intatta l’anima e il corpo di quelle storie si può evitare la loro obsolescenza. Memoria di un epoca anche lontana, sono il racconto di un linguaggio scenico e musicale che ha attraversato generazioni e mutamenti di mode restando, proprio in virtù della loro originalità, attualissime perché, così vestite, riescono a parlare al cuore del pubblico di ogni parte del mondo continuando a portare con loro quel messaggio che, chi le ha ideate, ha trasfuso con fede ed amore.
Quindi questa Tosca sarà tradizionale?
Tradizionalissima, quindi moderna. Ho scelto per questo allestimento lucchese, proprio nella città del suo grandissimo compositore, Giacomo Puccini, gli splendidi fondali dipinti della Scenografia Sormani-Cardaropoli di Milano e più precisamente quelle ideate da Nicola Benois per la Scala di Milano. Adattate alle misure di questo palcoscenico, decisamente più piccolo di quello scaligero, hanno creato l’atmosfera giusta per far rivivere questa splendida storia.
Una storia dai molti intrecci…
Assolutamente sì. Una storia che lega, attraverso triangoli diversi, i personaggi che ne costituiscono l’essenza. Un primo e più facile triangolo di passione unisce Tosca a Mario Cavaradossi-pittore e a Scarpia: triangolo scaleno poiché ognuno di essi vive questo sentimento in modo diverso e si trova a “recitare” la propria parte con diverso stato d’animo. Un altro importante triangolo, quello politico, vede al vertice ancora una volta il Barone Scarpia e ai vertici opposti Angelotti e Cavaradossi-patriota: dall’alto del proprio arrogante potere, Scarpia intende “schiacciare” entrambi, l’uno con l’indifferenza di un normale nemico dell’ordine costituito, l’altro con il gusto perverso del patriota/rivale in amore. Infine, un terzo triangolo lega Scarpia a due figure apparentemente secondarie: Spoletta e il sacrestano. Per il Barone Vitellio Scarpia, onnipotente capo della polizia, entrambi non sono che “strumenti” nelle sue mani; non contano nulla e lo dimostra ampiamente redarguendoli con sprezzante disprezzo e mostrando la più totale indifferenza sia per l’uno, che rappresenta la chiesa “povera”, che per l’altro che rappresenta il potere dello Stato a lui totalmente sottostante.
Com’è stato il lavoro con il cast?
Come sempre interessante, dal momento che mi si offre la possibilità di fornire chiavi di lettura spesso alternative a quelle consuetamente utilizzati. Proprio leggendo il libretto, emergono chiare certe “storture” che si trovano presenti in alcune produzioni: lo Scarpia urlante e violento, ad esempio, è quanto di più assurdo ed inutile rispetto alla personalità del personaggio. Ha ben ragione Silvano Carroli, uno dei più interessanti Scarpia degli ultimi trent’anni, a leggere con distaccata freddezza questo personaggio che ha tutto per incutere terrore senza aver bisogno di esternare violenza o utilizzare toni troppo accesi per ottenere quello che vuole. E che dire del sacrestano, ingiustamente ridotto ad una macchietta al solo scopo di “far ridere”? Puccini non voleva che facesse ridere per la sua grottesca gestualità o per il tono di voce; il riso che cercava il Maestro lucchese era quello, più profondo, che deriva da come quell’uomo si poneva di fronte alla Chiesa e alle sue regole, bigotto e servile nella forma quanto opportunista nella sostanza. Ma analogo discorso può essere fatto per ognuno dei personaggi, troppo spesso imprigionati in iconografie manieristiche dettate da abitudini o malintesi: restituirli al loro reale significato, lavorare con i cantanti per definire al meglio la personalità vera del personaggio che interpretano, è sempre una sfida affascinante. Del resto, il ruolo del regista deve essere questo: portare i cantanti alla massima consapevolezza di ciò che il compositore voleva fosse interpretato nella scena, restituendo per intero lo spirito con il quale ognuno di essi è parte significativa della storia, tassello indispensabile di un puzzle che risulterebbe incompleto e incomprensibile senza la sua presenza.
In questo senso diventa importante il lavoro che viene fatto anche con i comprimari: per scarsità di tempo o solo per sottovalutazione, spesso un’opera è compromessa proprio dalla trascuratezza dei particolari, in particolare da quei ruoli “minori” che non vengono curati come merita. Tutti i compositori, invece, e Puccini in particolare, danno molta importanza anche a queste figure che non sono semplici riempitivi ma costituiscono il tessuto connettivo che lega i personaggi principali. Figure e ruoli che raccontano e che delineano meglio il contesto nel quale la vicenda si svolge e che quindi richiedono un lavoro di approfondimento altrettanto importante di quello svolto con i protagonisti. Allestire un’opera è, in definitiva, un lavoro di cesello nel quale ogni particolare è importante e dove non si finisce mai di imparare.
E dopo Lucca?
Intanto una Aida nel Quatar, una novità per quello Stato dove la lirica non è molto conosciuta, poi, forse, un gradito ritorno a Torre del Lago, questa volta come regista.

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