
C’è un confine invisibile, ma invalicabile, che in ogni democrazia liberale separa il legittimo scontro politico dalla sorveglianza di Stato. Quel confine è stato appena valicato con la grazia pesante di uno stivale che calpesta i principi cardine della nostra Costituzione. La notizia è di quelle che fanno gelare il sangue a chiunque abbia ancora a cuore lo Stato di diritto: il Ministero della Giustizia, agendo per tramite del proprio Gabinetto, avrebbe inviato una richiesta ufficiale all’Associazione Nazionale Magistrati per ottenere l’elenco nominativo di chi ha finanziato il comitato “Giusto dire No”. Non stiamo parlando di tracciare grandi flussi di denaro, lobby internazionali o finanziamenti occulti che potrebbero inquinare il dibattito pubblico. Parliamo di liberi cittadini, magistrati e intellettuali che hanno scelto di donare anche solo dieci euro — il costo di un libro o di una pizza — per sostenere attivamente le ragioni del “No” contro una riforma che considerano pericolosa. È l’atto più puro di partecipazione democratica trasformato in un capo d’imputazione implicito.
Siamo di fronte a un salto all’indietro di un secolo, un cupo dejà-vu che riporta la memoria ai periodi più bui della nostra storia nazionale. La pretesa del Guardasigilli di conoscere le generalità di chi si oppone democraticamente a una controriforma governativa ha un nome preciso, che non ammette eufemismi: schedatura. È il metodo delle “liste di proscrizione” degli anni ’20 del secolo scorso, quando il dissenso non era considerato un diritto da tutelare gelosamente, ma una colpa da catalogare e, eventualmente, punire. In uno Stato sano e moderno, chi siede nel palazzo di Via Arenula dovrebbe ergersi a primo garante della privacy, della libertà d’espressione e del pluralismo. Invece, assistiamo a un paradosso grottesco e inquietante: il ministero che dovrebbe amministrare e proteggere la Giustizia si trasforma in un occhio ispettivo che punta il proprio faro su chiunque osi alzare la testa e “dire no”. La libertà, d’altronde, non è un regalo benevolo concesso dal potere, ma una conquista quotidiana che va difesa contro chiunque tenti di trasformare un cittadino sovrano in un semplice numero su una lista di sospetti.
Il messaggio che trapela da questa iniziativa è chiaro, violento nella sua simbologia e profondamente intimidatorio: chi si oppone viene marchiato. Se sei un magistrato e decidi di finanziare la resistenza democratica a una legge che ritieni ingiusta, il potere vuole sapere chi sei, dove sei e quanto hai speso. Se sei un cittadino comune che crede ancora nell’indipendenza della magistratura come baluardo della legalità, rischi di finire in un database ministeriale. Il pericolo qui non è soltanto burocratico o legato a una violazione delle norme sulla privacy; il rischio è squisitamente psicologico. Si vuole instaurare un clima di sospetto pervasivo, volto a paralizzare chiunque debba, per dovere d’ufficio o per imperativo di coscienza, indagare sui potenti o criticarne l’operato. Se il dissenso comporta l’iscrizione automatica in una “lista nera”, la separazione dei poteri smette di essere un principio architettonico dello Stato per diventare un ricordo sbiadito, mentre la deriva autoritaria si trasforma in una realtà quotidiana accettata per stanchezza o per paura.
Questa non è, e non deve essere, una battaglia di parte o di fazione; è una battaglia fondamentale di civiltà giuridica. La riforma della giustizia può essere discussa, apprezzata o criticata nel merito, ma il diritto di contrastarla senza il timore di essere schedati dai propri governanti è il pilastro invisibile su cui poggia l’intera architettura della nostra Repubblica. Accettare come “normale” o come una banale procedura amministrativa il fatto che un Ministro pretenda le generalità dei suoi oppositori significa ammettere, con colpevole rassegnazione, che l’Italia non è più un luogo sicuro per il libero pensiero e per l’esercizio della democrazia diretta. Se permettiamo che il Guardasigilli marchi i suoi critici, stiamo firmando la fine del pluralismo. Quando l’autocensura diventerà la norma per evitare di finire nella “lista nera” di Via Arenula, non ci sarà più nessuno disposto a lottare. In quel momento, la nostra democrazia non sarà più da difendere, perché sarà già morta sotto il peso di un archivio ministeriale usato come arma di intimidazione.
Antonio Laraia

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