
Sette mesi dopo l’inizio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, i prezzi del carburante volano e Donald Trump sembra essere in un vicolo cieco. Teheran e i suoi alleati controllano i due principali punti nevralgici del commercio energetico mediorientale, gli stretti di Bab al-Mandab e Hormuz. Nelle ultime settimane le milizie filo-iraniane degli Houthi hanno sferrato un’offensiva lungo la costa yemenita del Mar Rosso, conquistando Mocha, città portuale strategica, e diverse isole circostanti: hanno così assunto di fatto il controllo del versante yemenita di Bab al-Mandab, via navigabile vitale per il trasporto di energia e per gli scambi commerciali globali. Con questa mossa i miliziani hanno messo sotto scacco l’Arabia Saudita, che sostiene il governo yemenita in un conflitto pluriennale riacceso, dopo anni di bassa intensità, dalle turbolenze innescate da Trump. Negli ultimi giorni l’offensiva si è spinta oltre, verso due province della regione orientale dello Yemen che ospitano i maggiori giacimenti di petrolio e gas del Paese: i combattimenti hanno già sfollato oltre 100.000 persone all’interno del paese e costretto migliaia di altre a fuggire attraverso il Mar Rosso verso Gibuti. Se gli Houthi conquistassero queste regioni, sarebbe la loro più grande avanzata territoriale in oltre un decennio.

Chi controlla le rotte del greggio
A peggiorare ulteriormente le cose, e le prospettive dei prezzi del petrolio, l’oleodotto East-West che scorre attraverso il deserto saudita per quasi 1.200 chilometri, è stato recentemente colpito da un attacco di droni attribuito alle milizie sciite irachene sostenute dall’Iran. Le autorità saudite sono state costrette a chiuderlo e non è chiaro quanto tempo richiederanno le riparazioni. Se la rete dovesse rimanere fuori servizio per un mese, l’offerta globale di petrolio potrebbe ridursi di 120 milioni di barili e i prezzi del greggio salire fino a 120 dollari al barile. In questo contesto, per l’Arabia Saudita, l’offensiva Houthi è stata la goccia che fa traboccare il vaso: giovedì scorso il principe ereditario alla corona saudita, Mohammed bin Salman, avrebbe chiamato Trump per chiedergli di intervenire per frenare l’avanzata del gruppo armato. Secondo il New York Times, il presidente, dopo aver inizialmente escluso l’opzione militare, in seguito a quella telefonata avrebbe acconsentito a colpire le postazioni Houthi, salvo poi tornare sui propri passi nelle ore successive. Un alto funzionario dell’amministrazione ha riferito al quotidiano americano che la decisione di rinviare gli attacchi è arrivata mentre i comandi militari avevano già approvato le liste degli obiettivi e le truppe stavano caricando le bombe sugli aerei selezionati per le missioni, sul punto di partire.
Il dilemma di Trump
Il dietrofront del presidente Usa, nonostante gli appelli del suo principale alleato e partner economico nel Golfo, riflette il dilemma in cui si trova: a meno di sei settimane dalle elezioni di midterm, Trump non può permettersi di provocare ulteriori rincari dei carburanti alla pompa. Prima della guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, secondo i dati dell’American automobile association il diesel americano costava intorno ai 3,70 dollari al gallone. Ieri ha segnato un nuovo record, superando per la prima volta i 6,50 dollari. Con lo stretto di Hormuz paralizzato, Washington non può inoltre rischiare di trasformare anche Bab al-Mandab in una nuova zona di crisi: bombardare le postazioni Houthi rischierebbe di spingere il gruppo a colpire anche la navigazione americana e alleata, aprendo un nuovo fronte che innescherebbe la fuga degli armatori dal Mar Rosso. Il calcolo dell’amministrazione sembra dunque privilegiare un contenimento del conflitto già profondamente impopolare tra gli elettori americani. In questa direzione vanno i contatti diretti aperti nei giorni scorsi in Oman tra funzionari Usa e rappresentanti Houthi.
Il Golfo presenta il conto
Il rifiuto di Trump alla richiesta d’aiuto saudita non resterà però senza conseguenze e rappresenta un colpo alla credibilità americana nel Golfo: Washington è percepita sempre più come un alleato inaffidabile, un’immagine che rischia di incrinare il cosiddetto patto “sicurezza in cambio di petrolio”, su cui si fonda, dal dopoguerra, l’alleanza tra Stati Uniti e monarchie del Golfo. La ritirata strategica della Casa Bianca lascia le capitali sunnite vulnerabili di fronte al rinnovato espansionismo iraniano. Intanto Teheran esce rafforzata da un confronto in cui è riuscita non solo a dimostrare l’inadeguatezza dell’amministrazione Usa, ma a svelare, al contempo, quanto l’Arabia Saudita – suo principale concorrente fra le potenze regionali – sia un gigante dai piedi d’argilla. Un decennio fa, quando era ancora vice principe ereditario, Mohammed bin Salman lanciò “Vision 2030”, promettendo di liberare il regno dalla dipendenza dal petrolio: un progetto il cui finanziamento passava in buona parte dalla normalizzazione delle relazioni con Israele. Ma i negoziati, già rallentati dalla guerra a Gaza, restano bloccati dal conflitto con l’Iran. Il conto di questa guerra si misura ben oltre il costo dei barili di greggio o le elezioni di midterm: pregiudica il sogno saudita di affrancarsi dal petrolio e, con esso, il futuro ruolo dell’America in Medio Oriente.
Il commento
Di Eleonora Ardemagni, Senior Associate Research Fellow ISPI
“Gli Houthi tentano di isolare l’Arabia Saudita dai suoi alleati. Prima colpendo solo obiettivi sauditi, poi dicendo di non voler attaccare obiettivi statunitensi. Sarebbe improvvido fidarsi. Ma questo può bastare agli Stati Uniti, che navigano a vista, per non rompere, per primi, il loro cessate il fuoco con gli Houthi che ancora regge. Confidando, magari, che la diplomazia regionale di nuovo in pressing sul dossier Iran riesca ad alleggerire, per un po’, anche la pressione su Riad.”
Alessia De Luca

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