
L’odore delle case che bruciano. È successo di nuovo in Cisgiordania, nel piccolo villaggio di Jalud. Cento coloni israeliani — cento, non due o tre fanatici isolati — sono scesi dalle colline imbracciando mazzate e passamontagna per dare alle fiamme la vita di una famiglia palestinese, la famiglia Tubasi, rea soltanto di voler rientrare nella propria casa legittima dopo un’ordinanza dell’Alta Corte. Cento persone che assaltano, distruggono, feriscono persino i soldati del proprio stesso esercito mandati a difendere la legge.
E mentre le ceneri fumano ancora e la disperazione urla nel deserto, da Gerusalemme arriva la voce gelida e burocratica del potere. Benjamin Netanyahu ha definito questo centinaio di assalitori inferociti un “gruppo di pochi facinorosi”. Facinorosi.
Che parola ipocrita, che tragica cecità. Chiamarli facinorosi significa sminuire l’orrore, derubricarlo a un banale problema di ordine pubblico, come se fossimo davanti a una rissa tra tifosi fuori da uno stadio di calcio. Ma qui non c’è una partita, c’è l’odio millenario che divora la ragione. Cento uomini organizzati che danno alle fiamme una casa non sono “pochi indisciplinati”. Sono il sintomo di una malattia profonda, di uno strapotere fanatico che si sente intoccabile e che agisce con la spavalderia di chi sa di avere le spalle coperte.
Ma quando lo Stato, per bocca del suo leader, sceglie l’eufemismo anziché la scure della giustizia, commette un crimine di codardia. Ridurre cento assalitori a una manciata di teste calde per non disturbare la propria base politica significa legittimare il fuoco. Significa dire a chi ha perso tutto che la sua sofferenza pesa meno dei calcoli elettorali di un governo.
Finché la violenza verrà nascosta dietro parole di comodo, finché l’incendio di una casa verrà trattato come una “turbativa”, non ci sarà mai pace in questa terra maledetta e bellissima. Perché i roghi di Jalud non sono atti di semplici facinorosi: sono le fiamme di un fanatismo che sta bruciando il futuro stesso di Israele.
Giuseppe Basilico

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