
Cos’hanno in comune gli orsi polari e la statua di Lenin? Entrambi caratterizzano la vita di Barentsburg, uno degli insediamenti abitati più settentrionali al mondo, sulle Isole Svalbard. Territorio della Norvegia, l’arcipelago nel mar Glaciale Artico ospita una comunità stabile di minatori e scienziati russi che in virtù di un trattato del 1920 sfrutta le risorse minerarie delle isole. Sebbene il Trattato delle Svalbard escluda l’impiego militare dell’arcipelago, da qualche anno i servizi di intelligence norvegese e di altri paesi europei temono che da qui possano partire attacchi ibridi di Mosca verso i Paesi Nato. Timori che sono aumentati dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina e, più recentemente, dopo gli episodi di Lipsia, in Germania, dove a inizio agosto furono rinvenuti droni esplosivi che, secondo Berlino, rappresentano un attacco ibrido orchestrato da Mosca. Tuttavia, al momento le Svalbard sarebbero solo un potenziale avamposto militare, una zona grigia, come dimostrano le esercitazioni missilistiche annunciate negli anni scorsi nel mare di Barents, su cui si affacciano Russia e Norvegia, o il più recente rinvenimento di navi in grado di tagliare i cavi sottomarini nei pressi delle isole – ma che comunque potrebbe cogliere i paesi Nato impreparati. In un periodo storico in cui l’Alleanza si interroga sulla tenuta della sicurezza del continente, i servizi di intelligence europei non possono permettersi di trascurare nessun elemento che possa rappresentare una minaccia.

Una minaccia reale
Quando lo scorso 4 agosto all’aeroporto di Lipsia venne rinvenuto un drone esplosivo nei pressi di un aereo Antonov ucraino pronto al decollo, la Germania e l’intero continente si sono riscoperti estremamente fragili. Se lo Uav (velivolo senza pilota) fosse esploso, a essere colpita sarebbe stata un’infrastruttura strategica nel cuore dell’Alleanza atlantica. A distanza di un mese da quei fatti, le responsabilità dell’episodio sono state attribuite alla Russia. Un’attribuzione che negli anni passati sarebbe stata mantenuta segreta, poiché conferire la responsabilità di un attacco comporta la necessità di rispondere e difendersi. La minaccia di attacchi ibridi a infrastrutture strategiche non riguarda solo i possibili danni a cose e persone. Questi rappresentano soprattutto una pressione sugli assetti difensivi di un paese se non di tutta l’Europa dal momento che anche un’azione fallita, come quello di Lipsia, è in grado di bloccare l’infrastruttura strategica, mettendo a repentaglio la sicurezza. Senza contare i costi imprevisti nonché l’impatto simbolico, dal momento che un attacco del genere mette a nuda alla popolazione le fragilità dei nostri sistemi di difesa, diffondendo il panico. Droni, attacchi informatici e incendi in siti strategici fanno parte dell’arsenale della guerra ibrida di Mosca, ma anche interferenze nell’opinione pubblica, nei processi elettorali, casi di spionaggio, corruzione e finanziamenti occulti a partiti populisti e antieuropei: la lista delle attività è variegata e non si limita strettamente all’ambito militare. Anche gli obiettivi sono molteplici. Da un lato, testare i tempi di reazione e le vulnerabilità difensive di un avversario. Dall’altro, alimentare un clima di allarme diffuso, capace, nel tempo, di erodere la coesione politica interna. Una minaccia multidimensionale, quindi, che necessita di una prevenzione altrettanto multidimensionale e coordinata tra i partner europei e della Nato.
L’Europa è pronta?
L’avanzamento tecnologico, soprattutto nell’industria dei droni, impone l’interrogativo sulla prontezza delle risposte europee. Una guerra, quella di difesa dagli attacchi ibridi, che risulta essere più conveniente per chi attacca rispetto a chi si difende. Ad esempio, è molto più costoso difendersi da un drone piuttosto che attaccare con esso. Ecco perché tra le più importanti sfide per la sicurezza in Europa ci sarà il rafforzamento delle capacità di rilevamento, lo sviluppo di efficaci sistemi di contrasto e il miglioramento del coordinamento tra autorità civili, forze di polizia, intelligence e settore privato. Inoltre, la risposta non può essere sempre e automaticamente di natura militare e, per i paesi Nato, non deve per forza attivare gli articoli 4 e 5 dell’Alleanza atlantica. Lo dimostra proprio il caso di Lipsia. Sebbene le autorità tedesche abbiano accusato il Cremlino, non è stato invocato un intervento Nato. La difficoltà principale è legata alla natura di questi episodi: gli attacchi ibridi, diversamente da attacchi militari tradizionali, comportano una maggiore analisi di intelligence e dei vertici della difesa, nonché un lasso di tempo più lungo per accertare le responsabilità, quindi per coordinare la strategia di sicurezza da attuare.
Colpito anche il settore privato
La guerra ibrida attua una strategia sistematica di sabotaggio con l’obiettivo di destabilizzare l’Unione europea e i paesi Nato, prendendo di mira infrastrutture critiche e catene di approvvigionamento del settore privato. Spaziando dai cyberattacchi e l’interferenza GPS (che danneggia trasporti e logistica) ad atti vandalici fisici, nonché incendi e persino tentativi di assassinio di dirigenti dell’industria della difesa, a essere particolarmente colpite sono le aziende energetiche, di navigazione, telecomunicazioni e produzione bellica. Secondo alcune analisi, questa offensiva crea quindi un danno soprattutto per i privati. In primis perché soffrono i costi diretti delle interruzioni operative e del ripristino delle infrastrutture; poi perché devono sostenere impennate nelle spese di cybersicurezza e premi assicurativi per coprire dai rischi geopolitici. Sebbene le autorità europee e la Nato abbiano innalzato il livello di allerta, i dirigenti d’azienda lamentano una scarsa condivisione delle informazioni di intelligence da parte dei governi. Senza una cooperazione più stretta tra pubblico e privato e risposte geopolitiche più severe contro Mosca, ma non solo, il settore privato rischia di continuare a pagare il prezzo più alto di questa minaccia invisibile e silenziosa, ma devastante nel suo intento di destabilizzare l’intero continente.
Il commento
di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Co-Head, Osservatorio ISPI Russia, Caucaso e Asia Centrale
“Occorre distinguere tra una minaccia militare convenzionale imminente e una crescente pressione ibrida. Le preoccupazioni espresse oggi da alcuni governi europei arrivano infatti in un contesto diverso rispetto allo scorso anno: non risultano cambiamenti significativi lungo i confini dei Paesi baltici o della Polonia che indichino una preparazione russa a un attacco convenzionale, mentre la maggior parte dello sforzo militare russo resta concentrato in Ucraina. Anche la diversa postura dei Paesi baltici è significativa: dopo aver lanciato l’allarme lo scorso autunno, oggi alcuni loro esponenti invitano a non alimentare il panico. Questo non significa, tuttavia, che la pressione russa sull’Europa sia diminuita. Al contrario, Mosca sembra avere ampio spazio per intensificare azioni ibride a basso costo e relativamente basso rischio, dai droni alle operazioni di sabotaggio condotte attraverso agenti ‘usa e getta’. È proprio su questo terreno che la preparazione europea rischia di essere più complessa: contrastare minacce diffuse, difficili da attribuire e relativamente economiche può richiedere risorse e capacità molto maggiori rispetto al costo sostenuto da Mosca.”
Istituto Ispi

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