La Sicilia ha bisogno di tagli totali per il suo corpo dirigente altissimo, alto e intermedio. Ha bisogno di aiuti di base per la sua povera gente. Ha bisogno di liberarsi da se stessa.

Lo si capisce bene dagli eventi: l’intento del premier Monti era solo quello di rimandare le elezioni regionali i cui effetti sarebbero pericolosi sugli equilibri attuali quanto quelli di elezioni nazionali. Esiste, per le ragioni più diverse, un ampio partito del non voto, pericoloso per l’Europa, per il governo, per i partiti e per gli eletti. In particolare il voto siciliano potrebbe essere mortale per la minuscola area centrista che dopo aver cercato di fare da pacificatrice, di estendere benefit impossibili alle famiglie, ha sposato, contro ogni propria tradizione democristiana, le sorti della nuova destra storica antipopolare, del nuovo governo della tassa sul macinato. Come si ricorderà l’area centrista è in Parlamento solo grazie al voto siciliano, un voto democristiano e di destra che è stato umiliato più volte dalle locali magistrature che hanno sistematicamente abbattuto con arresti e condanne i postDc isolani dell’Udc ed hanno messo sotto accusa i diversi governi del presidente Lombardo il cui movimento autonomista è erede del mondo democristiano di cui sopra. Non è nemmeno un caso la corsa di Fini a Palermo. Un eventuale buon risultato del suo candidato Granata sull’improbabile posizione giustizialista-montista potrebbe fermare lo scioglimento nel nulla del suo impalpabile partito. Una serie di interventi esterni hanno dunque rivoltato come un guanto il voto siciliano che dalla schiacciante maggioranza di centrodestra si è trovato al governo una pezza a colore di postdemicristiani e postcomunisti. Allo sguardo laico, la destra siciliana, basata sul dare lavoro pubblico con le rimesse dello stato nazionale, non appare meglio di una sinistra siciliana che farebbe lo stesso, mettendo però in galera tutta la controparte politica. Allo sguardo laico le accuse sui termovalorizzatori progettati o meno con la mafia dal precedente presidente Cuffaro appaiono quanto meno sibilline. Chiunque la faccia e comunque venga fatta, la realizzazione dei termovalorizzatori in terra sicula sembra un miracolo destinato a non realizzarsi mai. Allo sguardo laico sembrano inutili e pretestuose tante campagne sulla mafia, che per sua natura cresce nei paesi occidentali più ricchi. Senza capitalismo, senza sviluppo ( si pensi all’inchiesta delle venti ore necessarie per fare 700 km in treno), con un’economia praticamente tutta di assistenza esterna, con scambi infiniti tra infiniti enti pubblici e privati, di proprietà o concessione pubblica, l’animo laico interpreta la Sicilia come ha scritto Feltri: un caso disperato, un buco senza fondo per il paese, una situazione voluta dai siciliani e che con la mafia c’entra fino ad un certo punto. Quanto scritto da Feltri, ovviamente ha ricevuto enormi contumelie da sinistra, da tutto l’arco politico meridionale nell’assoluta assenza di una parola di sostegno. Eppure le tante formazioni laiche, liberali e nazionali che sono spuntate fuori come funghi, potrebbero bene riprendere il tema. Chiedersi perché la Sicilia è autonoma. Ricordarsi delle vicende carambolesche sul partito secessionista. L’immancabile retorica su Portella della Ginestra, portata alle sue conseguenze ultime, vorrebbe la fine dell’autonomia, voluta nel mito, da quei baroni che ordinarono di sparare sui lavoratori. Probabilmente non furono i baroni a pretendere l’autonomia, ma importanti gruppi della politica Usa. Sono passati molti anni dalla sconfitta ormai. Si potrebbe ben pretendere che una regione che oltre l’autonomia ha bisogno di diverse decine di miliardi l’anno, rientri nei ranghi. Oppure in alternativa un referendum potrebbe chiedere ai siciliani di scegliere: autonomia anche più ampia e neanche un soldo; oppure aiuti e rientro tra le regioni ordinarie. Sempre lo sguardo laico chiederebbe uno sforzo d’onestà a chi guida un gruppo di deputati con i voti di uno finito in galera; per di più con voti indirizzati ad una politica opposta a quella praticata. La richiesta di dimissioni in blocco dovrebbe essere quotidiana. Da ultimo uno sguardo laico non potrebbe non indirizzarsi ai tanti siciliani presenti ai massimi livelli sulla scena nazionale, numerosi come i georgiani dei governi stalinisti. Proveniendo da un territorio non malridotto, ma molto male abituato, l’invito a occuparsene, senza badare ai fatti nazionali, viene immediato, Non si capisce perché, con l’esperienza maturata di un mondo tanto lontano dalle best practises, si potrebbe ben governare contesti e situazioni fuori dalla propria portata culturale, istituzionale ed economica. Gran parte delle istituzioni ha dei comportamenti così fuori dal buon senso e dalla banale capacità di conservare la minima coesistenza sociale, che viene il dubbio il problema stia nell’ordine culturale di visioni, ragionamenti e pensieri medioevali. L’occasione di rivedere quindi l’autonomia siciliana non deve essere fatta cadere. E’ uno dei motivi del debito pubblico, è motivo di spread oggi, ieri e domani. La Sicilia ha bisogno di tagli totali per il suo corpo dirigente altissimo, alto e intermedio. Ha bisogno di aiuti di base per la sua povera gente. Ha bisogno di liberarsi da se stessa. Possono farlo i siciliani. In questo senso è sicuro che Alfano sarà più utile nella competizione siciliana che a Roma a guidare un partito la cui forza sostanziale sta in altri territori. Chissà che i laici saranno conseguenti. Difficile, essendosi abituati a misurare il laicismo su uno strano mix elitario-progressista, il più lontano possibile dalla realtà.

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