
Ogni tanto il mondo decide di sognare. A Parigi, a Roma, a Madrid: si issano bandiere palestinesi sui palazzi istituzionali, si leggono mozioni in Parlamento, si applaudono frasi solenni sull’uguaglianza dei popoli. È il rito della commozione a comando. Ci si illude che un riconoscimento diplomatico, letto davanti a telecamere ben piazzate, sia sufficiente a far nascere uno Stato. Ma la realtà, quella nuda e cruda, è che uno Stato palestinese non nascerà mai. Perché non può nascere un organismo vivo da un documento che è, da sempre, un atto di morte.
Parlo dello statuto di Hamas del 1988, il testo fondativo che non è mai stato cancellato. Chi ha voglia di leggerlo – pochi, evidentemente – scopre che la verità è brutale. Articolo 6: “Innalzare la bandiera di Allah su ogni pollice della Palestina”. Ogni pollice. Non metà, non due Stati, non un compromesso. Tutto. Articolo 7: l’hadith che invoca lo sterminio fino all’ultimo ebreo, persino gli alberi che denunciano chi si nasconde dietro di loro. Non un paragrafo “sfortunato”: un pilastro teologico-politico. Articolo 13: “Non c’è soluzione se non la Jihad. Le conferenze internazionali sono una perdita di tempo”. Ecco cosa pensa Hamas delle riunioni di New York o Bruxelles che tanto infiammano la stampa occidentale.
La comunità internazionale, però, è bravissima a fingere. Nel 2017 Hamas pubblica un nuovo documento, un restyling. Titoli euforici: “Hamas accetta i confini del 1967”. Finalmente, gridano i commentatori, si apre uno spiraglio. Peccato che lo stesso testo, poche righe più in là, ribadisca due cose:
Israele non sarà mai riconosciuto.
Le armi non saranno mai deposte. Accettare i confini del ’67? Sì, come “fase provvisoria” verso la liberazione “dal fiume al mare”. Non è compromesso, è tattica. È come se un ladro dicesse: “Oggi mi accontento della tua macchina, ma domani ti rubo la casa e i conti in banca”. E da Bruxelles rispondono: “VI ASPETTIAMO! ANDRÀ TUTTO BENE! ”.
Lo hanno spiegato bene gli istituti di ricerca israeliani, dall’INSS di Tel Aviv al Jerusalem Center for Public Affairs: Hamas non ha mutato sostanza, ha solo corretto il lessico per sembrare meno arcaico agli occhi occidentali. Non a caso, lo stesso Hamas chiarì subito che il documento del 2017 non sostituiva lo statuto del 1988. Una mano di vernice fresca su un edificio fatiscente che continua a crollare.
Intanto, sul terreno, la Cisgiordania è governata da un’Autorità Nazionale Palestinese senza elezioni da quasi vent’anni, logora, corrotta, delegittimata. Nonno Abu Mazen prossimo ai 90 è un presidente fantasma che sopravvive grazie a stipendi internazionali e alla tolleranza di Israele. A Gaza, Hamas regna col terrore, alternando missili a tunnel, usando i civili come scudi e gli ostaggi come moneta. Questi due poli – ANP e Hamas – si odiano più di quanto odino Israele. E sarebbero loro a firmare e garantire la nascita di uno Stato? È Netflix , non politica.
Eppure l’Europa continua con la recita. Riconoscere, dichiarare, applaudire. È il balletto dell’illusione. Ma uno Stato non nasce così. Uno Stato nasce se ha:
territorio contiguo, non pezzi di terra separati da muri e posti di blocco;
monopolio della forza, non decine di milizie rivali;
istituzioni legittime, non presidenti eterni e movimenti terroristici;
un vicino che lo accetta, non un nemico che lo controlla.
Oggi non c’è nulla di tutto questo. C’è solo una leadership palestinese che non esiste, divisa tra corruzione e jihad. C’è Israele che costruisce, annette di fatto, rafforza la propria presenza. C’è l’Occidente che continua a illudersi che basti una firma in calce a un foglio per cambiare la storia.
La verità è che i palestinesi perderanno anche questa occasione. Come hanno perso Oslo, come hanno perso Camp David, come hanno perso Annapolis. Non per colpa degli israeliani, ma per non aver mai avuto il coraggio di rompere con Hamas, di dire chiaramente: vogliamo costruire, non distruggere. Continuano a sventolare lo statuto del 1988 come un vessillo sacro, e a usare il documento del 2017 come foglia di fico. Ma i testi sono chiari: nessuna convivenza, nessun riconoscimento, nessuna pace.
E allora sì, riconoscetelo pure questo Stato fantasma. Stampate i comunicati, fatevi le foto davanti alle bandiere, intitolate vie e piazze e scuole.
Sarà un grande successo simbolico, come sempre. Israele continuerà a decidere, Hamas continuerà a scavare tunnel e a lanciare razzi, l’ANP a rubare stipendi. E lo Stato palestinese rimarrà ciò che è sempre stato: una parola pronunciata nei microfoni, un sogno che implode appena incontra la realtà, un’illusione che muore ogni volta che qualcuno apre lo statuto di Hamas e si ricorda che dentro non c’è lo Stato, ma la sua negazione.
Niko Kir

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