
La rivolta iraniana dei bazari, dei giovani, delle donne ora si è spenta, per quanto è dato di sapere. Se vai in piazza, sei morto. Eppure la società civile iraniana ci ha provato ancora una volta, dopo il “Movimento Verde” del 2009, dopo le “Proteste di Dicembre”2017, dopo il “Bloody November” del 2019, dopo “Donna, Vita, Libertà” dell’autunno del 2022. Le ondate di rivolta sono state infrante dalle armi e dalle forche. Come ha fatto notare E. Luttwak, sulla vicenda iraniana l’Amministrazione Trump si è divisa. Una parte vorrebbe intervenire militarmente in aiuto ai manifestanti per fermare il massacro nelle strade, i processi sommari e le impiccagioni; un’altra parte è contraria, perché teme uno sconquasso incontrollabile dei rapporti di forza in tutto il Medioriente; la corrente antisemita del MAGA, in particolare, paventa un rafforzamento egemonico di Israele in tutta l’area. Trump è rimasto immobile, per ora. D’altronde anche Israele teme che sia la Turchia ad avvantaggiarsi di un eventuale “regime change” a Teheran, visto che essa persegue un progetto egemonico neo-ottomano nel Mediterraneo e in Medioriente. Anche il mondo arabo sunnita si è fatto, d’improvviso, cauto, nonostante l’antagonismo ideologico-religioso con l’Iran sciita. Per due ragioni. Una di politica interna. Le monarchie del Golfo e le dittature del Nord-Africa hanno paura dei propri popoli. Le cosiddette “primavere arabe”, che tra il 2010 e il 2011 investirono l’Egitto, la Siria, la Libia, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq, il Bahrein, la Giordania, Gibuti, hanno spaventato le classi dirigenti “estrattive”, che controllano le risorse strategiche dei Paesi, mentre i popoli sono male assistiti da un Welfare rudimentale e sono costretti all’emigrazione. L’altra ragione è di politica estera. La crisi dell’impero ottomano dopo il 1918 e la ritirata dal Medioriente del colonialismo inglese e francese, dopo il 1945, hanno dato origine a statualità artificiali, sovrapposte con le armi a basi etniche multiple, attraversate da conflitti etnici e religiosi millenari. I confini di Stati quali Israele, Libano, Siria, Giordania, Iraq, Arabia saudita, Emirati, Egitto, Sudan, la Libia, la Tunisia, l’Egitto, il Marocco sono stati tracciati con il compasso degli interessi petroliferi e con la logica delle sfere di influenza. E i 30/40 milioni di Curdi? Il Trattato di Sèvres del 1920 prevedeva la creazione di uno Stato curdo, ma il Trattato di Losanna del 1923, che ridefinì i confini della Turchia moderna, li disperse in Turchia, Iraq, Iran, Siria oltre che nel resto del mondo. Quelli rimasti in Unione Sovietica ebbero nel 1923 un piccolo “Kurdistan rosso”, che Stalin abolì brutalmente nel 1929. Complessivamente gli Stati-nazione del Medioriente dispongono di una legittimazione popolare molto bassa. Perciò temono il contagio da parte del movimento democratico iraniano.
Ecco perché dobbiamo sconsolatamente constatare che il movimento di resistenza iraniano alla dittatura si trova, al momento, in un tragico stallo. La rivolta non riesce a trasformarsi in resistenza organizzata e a darsi una leadership riconosciuta. Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, è atteso in Iran per essere impiccato. In un regime totalitario, armato fino ai denti contro il proprio popolo, un’opposizione disarmata fa fatica a costruire una Resistenza. Le esperienze novecentesche italiana, tedesca, greca, portoghese, argentina… certificano che un regime totalitario va in pezzi solo attraverso una guerra perduta. I regimi comunisti post-1989 sono caduti per movimenti di massa e per conseguenti fratture verticali dei loro gruppi dirigenti. Unica eccezione di transizione non violenta alla democrazia resta quello spagnolo.
Così i giovani iraniani pagano atrocemente con il sangue l’entusiasmo “rivoluzionario” dei loro padri, che si consegnarono nel 1979 a Khomeini in odio al “Grande Satana” americano e al “Piccolo Satana” israeliano. Furono appoggiati dalla sinistra intellettuale europea. Il 15 febbraio del 1979 “L’Unità” titolò speranzosa: “Le vie inesplorate delle rivoluzioni”. Nel giro di poco tempo Khomeini avrebbe sterminato i comunisti iraniani del Tudeh.
La conclusione non troppo frettolosa che si può trarre è che gli Iraniani – la maggioranza? – sono geopoliticamente soli di fronte ad un Governo omicida.
Ci si poteva almeno aspettare che le piazze europee si sarebbero mosse, trascinate dai democratici liberali, di destra e di sinistra, e dai terzomondisti e liberazionisti. Ma lo spirito del tempo è cambiato. L’intreccio tra la crisi di legittimazione delle democrazie liberali e i colpi di maglio sferrati dagli Stati-impero a ciò che resta del cosiddetto “Diritto internazionale” ha trattenuto o fatto ripiegare la gente nel piccolo recinto degli interessi nazionali e di quelli privati. Siamo entrati in un tempo di stagnazione della coscienza morale universalista, nonostante la retorica imperante dei “diritti umani”. Marco Travaglio lo ha teorizzato pubblicamente: non ha senso manifestare per gli Iraniani, ma solo contro i propri governi, qualora intendessero appoggiare le “interferenze” di Israele o degli Stati Uniti. Purtroppo i giovani iraniani non si ribellano contro il colonialismo e l’imperialismo occidentale, come desidererebbe la vulgata terzomondista della sinistra e dei sovranisti-populisti. Per Elena Basile, una nostra ambasciatrice, sono stati infiltrati da Cia e Mossad e spasimano – vergogna! – per il consumismo occidentale. Perciò, si può scendere in piazza, ma solo per difendere Maduro. Agli Iraniani pensano solo i numerosi gruppi di esuli e Amnesty International. I grossi partiti italiani si accodano timidamente e in ritardo.
Giovanni Cominelli
(da “Solo Riformisti”)

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