
Non è difficile immaginare l’imbarazzo del primo ministro norvegese Jonas Store nel ricevere la lettera di Donald Trump sulla decisione del Comitato per il Premio Nobel per la Pace. Un organismo che, nella sua piena libertà e autonomia, ha ritenuto di attribuire il prestigioso riconoscimento a Corina Machado, giudicandola più meritevole del presidente degli Stati Uniti. È proprio in questo snodo che emerge una differenza cruciale tra lo statista e il semplice buon governante: la capacità di impedire che questioni personali, per quanto umanamente comprensibili, entrino in collisione con le ragioni dello Stato e con l’indipendenza delle istituzioni. Il Premio Nobel non è un premio politico, né tantomeno diplomatico: è un atto simbolico che vive della sua autonomia e della sua credibilità. Non sappiamo se Donald Trump abbia davvero posto fine a otto guerre, come egli stesso sostiene. È però innegabile che mai come sotto la sua presidenza un leader americano si sia speso con tanta insistenza per la cessazione dei bombardamenti su Gaza. Forse anche per questo avrebbe potuto meritare il Nobel per la Pace. Forse sì. Ma non spettava certo al primo ministro norvegese deciderlo. Store avrebbe potuto, semmai, esercitare la propria autorevolezza sul piano diplomatico, suggerendo l’opportunità di un riconoscimento simbolico al presidente americano: un gesto che avrebbe potuto rafforzarne l’impegno e orientarne l’azione futura, mettendo a frutto tutta la forza e l’influenza degli Stati Uniti al servizio della pace. Questo, tuttavia, per ragioni che restano ignote, non è avvenuto. Ed è qui che la vicenda assume contorni più ampi e, per certi versi, surreali. Che cosa c’entra tutto questo con la Groenlandia? Nella recente lettera resa pubblica dalla stampa internazionale, Trump afferma che la Danimarca non può rivendicare diritti sull’isola artica solo perché una nave vi approdò secoli fa; aggiunge, inoltre, che anche l’America avrebbe messo piede su quelle terre in epoche remote. Il risultato è un testo dal senso politico chiaro ma dalla forma incerta, un intreccio di affermazioni perentorie e argomentazioni approssimative, reso ancor più fragile da traduzioni sommarie. Una scrittura che, pur nella sua apparente semplicità, finisce per risultare involuta e disarmante, ricordando per stile e costruzione la celebre missiva cinematografica dei fratelli Capone in Totò, Peppino e la malafemmina: “Veniamo noi con questa mia addirvi”.
Un documento che ambisce a parlare di geopolitica globale ma finisce per evocare, involontariamente, il registro della farsa. E che lascia aperta una domanda di fondo: quanto pesa oggi la forma, quando la sostanza rischia di perdersi tra le righe?
Angelo Santoro

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