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La bandiera ammainata di Repubblica

Ai 50 anni di Repubblica un suo brillante esponente, sotto le mentite spoglie della satira, ha ammainato per sempre la bandiera della sinistra riflessiva. Per decenni, nella nuova era, il quotidiano fondato da Scalfari fu l’erede del partito antisistemico comunista perno dell’opposizione. Un ruolo estremamente difficile perché il nuovo protagonista doveva coniugare l’eredità antisistema tutta orientale con l’adesione al sistema occidentale e per farlo doveva convincere tutti cha la vera identità delle forze moderate, conservatrici ed anche progressiste della prima repubblica fosse in realtà proseguimento della vituperata dittatura fascista anteguerra. Solo così si poteva usare fino in fondo tutto l’armamentario dell’antifascismo contro di esse e contro i loro eredi.

di Giuseppe Mele | 21 Gennaio 2026

Ai 50 anni di Repubblica un suo brillante esponente, sotto le mentite spoglie della satira, ha ammainato per sempre la bandiera della sinistra riflessiva. Per decenni, nella nuova era, il quotidiano fondato da Scalfari fu l’erede del partito antisistemico comunista perno dell’opposizione. Un ruolo estremamente difficile perché il nuovo protagonista doveva coniugare l’eredità antisistema tutta orientale con l’adesione al sistema occidentale e per farlo doveva convincere tutti cha la vera identità delle forze moderate, conservatrici ed anche progressiste della prima repubblica fosse in realtà proseguimento della vituperata dittatura fascista anteguerra. Solo così si poteva usare fino in fondo tutto l’armamentario dell’antifascismo contro di esse e contro i loro eredi. Lo strumento migliore era la ripresa in mano del processo giudiziario di epurazione che tanto moderatamente era stato utilizzato nel dopoguerra. Purtroppo la leva giudiziaria era anche il cavallo di battaglia della sinistra estremista e terroristica, che la brandiva in aria come la falce della morte della guerra civile tutta ideologica che parte del Paese visse mentre si concludeva il conflitto europeo.

La cosa avrebbe funzionato per la sinistra riflessiva se fosse stata rapida, efficace e devastante. Non se, come poi è avvenuto, si fosse trascinata per 40 anni, dando volti sempre diversi alla parte avversa, una Cartago mai da comprendere ma solo delenda, in quanto ladra, corrotta, mafiosa, massonica, stragista, golpista. Con il passare dei lustri la sinistra riflessiva ha finito per adottare la seriosa e tragica cupezza della verbosità catastrofista e violenta della sinistra estremista che può almeno vantare una chiarezza di contenuti, non avendo mai accettato l’adesione al sistema occidentale se non nei metodi da cavallo di Troia delle Ong.

Così nell’autoritratto annichilente, il miglior esponente del giornale scalfariano, non fosse altro per il fatto che non è fuggito in solitari soliloqui comiziali tv e teatrali, documentaristici e storici, da primi della classe, ammette a sé ed all’inclito, che il futuro, suo e dei colleghi, è quello di croupier da bingo, perché i fedeli lettori sono iperanziani (certificato di età media oltre i 70 anni) destinati a finire sotterrati in crateri scavati dalle ruspe durante la demolizione di librerie ed edicole, perché la solida fede democratica si identifica ormai nella nostalgia per il fu fronte progressista di De Mita, nella visita guidata alla casa natale di Scalfari e nella memoria divinizzante per il fondatore, armato della mannaia da boia delle forze democratiche della prima repubblica, finito a spiegare al Papa come si governa la Chiesa o, come suggerisce il Nostro, ed a perdonare a Giolitti i suoi errori.

Perché, perché, perché. L’ultimo perché è l’interrogativo inconcluso del tradimento del sistema occidentale abbracciato con tantapassione quando sembrava il grande fratello alleato dell’opera di antifascitizzazione. Tradimento dovuto alla sorprendente immersione di quel sistema, già angelicamente rooseveltiano, marshalliano e kennediano, negli incomprensibili abissi della digitalizzazioneAttonita, la migliore redazione d’Italia ha visto crescerela digitalizzazione degli influencer cafoni e napoletani, dei nuovi proprietari perditempo terzomondisti e terzomondani, per cui game ed impegno pari sono, degli algoritmi markettari profilanti i lettori pensionati non sugli scritti di Levi o sui titoli su Giorgio La Pira e Ugo la Malfa ma su dentiere a masticazione autonoma, apparecchi acustici e scendi scale automatici. La digitalizzazione in fondo è l’esercito dei lettori da 150 battute con 4 secondi di tempo di lettura, cuoricini ed emoticon inclusi. La digitalizzazione è la cultura che vende souvenir per sopravvivere. L’obbrobrio della digitalizzazione è una nuova Repubblica AI fatta dall’intelligenza artificiale e diretta dagli influencer più cliccati.

La bandiera della sinistra riflessiva cade a terra nella profezia da comunardi. Il sogno della vecchia guardia di Repubblica più l’ultimo superstite dell’Espresso, boccheggiante oltre le cure del maître a penser Mieli, è un 1917, un coup d’etat da giornalisti rivoluzionari, strilloni con le mani sporche di inchiostro, in giro per la Capitale a diffondere ciclostili da nuova Autonomia Stampatrice che inonda il mercato dal basso con l’Attualità di Giovanni Giolitti e con l’archeologico carteggio tra Scalfari e Giolitti dimostrando che la divinizzazione del primo non era una chimera (con la possibilità di fondare una nuova Scentology). Si miraggia una mitica autogestione magari in una Fabbrica Fiat dismessa ed occupata, colpevolizzando tutti, giornali ed editori, buttando le lotte corporative di una vita con l’acqua sporca (i giornalisti più noti e anziani si sono già garantiti laute pensioni). L’auto motivazione da coach passa attraverso l’ybris della deposizione di Trump e di Musk, dello sberleffo per Sanremo dove vincono canzoni sempre brutte e banali anche se create dall’AI. Il delirio prosegue con la fantasia di giovani che, come Fantozzi, urlano quanto l’AI sia una cagata pazzesca. Nel ritrovamento di una antica cartacarbone dell’universitaria Aspesi cade anche il lapsus freudiano nostalgico dell’imago dell’angelo del ciclostile, ultimo momento di obbedienza femminile.

La bandiera ammainata della sinistra riflessiva esplode schifando mercato e padroni traditori delle promesse di un tempo. Ci si rivolta contro la Gedi che ai tempi belli asfaltava Rizzoli ed i suoi amici; una Gedi in fuga dal Paese, dal sacro tempio tradito della Fiat, della scala mobile e dell’occhietto strizzato ai comunisti. Mercato e padroni senza vergogna sognano il fallimento eutanasico liberatorio della zavorra di redazioni e progetti ideologopolitici e si rendono disponibili a campagne abbonamenti che paghino i sottoscrittori un euro all’anno pur di mantenere i follower. L’ironia degli amareggiati redattori ipotizza malignamente di eventuali vendite fantomatiche a cartolibrai. Non si ricordano di quando i loro eroi politici vendettero realmente pezzi delle migliori industrie tempo a tabaccai fallimentari. Nella scarsa autocritica e auto condanna non mancano odio e dileggio per i giornalisti della fazione politica nemica oggi vincente. Anche sotto questo profilo, sinistra riflessiva ed estremista appaiono sempre più simili.

Grattando ironia e bella scrittura ci sono molte ammissioni. Un giornale nato non per informare ma come soggetto politico, disponibile a trattare i fatti per scopi politici, disponibile alle conversioni di pensiero e di alleanza più incredibili pur di vincere una guerra per bande. Alla fine arenatosi perché incapace di comprendere la distruzione creativa del sistema dell’innovazione che non resta fermo attorno alle statiche idee, stelle fisse. Tutti i perché del disastro stanno lì, nell’incomprensione del sistema occidentale che avrebbe dovuto proteggere gli ex nemici ed il suo quotidiano tazebao. Ed ovviamente, neanche una parola sullo strumento cardine del progetto, l’uso delle purghe giudiziarie per fiaccare ed eliminare il nemico, la lezione meglio imparata dal padre putativo orientale.

Con rispetto si assiste alla caduta di un mito. Nel mentre che gli eredi dei migliori ammettono il loro crollo, spicca comunque una brillante ottusità che nega loro capacità e voglia di capire le evoluzioni di sistema e degli antagonisti. La bandiera ammainata finisce lì, in corner, tra i lai del destino cinico e baro, tra i resti di una manifestazione violenta da Propal

Giuseppe Mele

Pubblicato in : Editoriale

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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