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La parabola dei ciechi di Bruegel

Mario Draghi ha ricevuto ad Aquisgrana il premio Carlo Magno e sarebbe il caso di ispirarsi alla figura e all’opera del fondatore dell’impero carolingio per avere un’idea di quale eredità europea bisogna richiamare. Non c’è dubbio che Draghi debba averci fatto almeno un pensiero. Ha detto “dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente e politicamente”. Però il passaggio del suo intervento che merita una particolare attenzione è quando si riferisce alla necessità di superare “le nostre debolezze autoinflitte”. Vero. Chi è causa del suo male pianga se stesso.

di Riccardo Bruno | 21 Gennaio 2026

Mario Draghi ha ricevuto ad Aquisgrana il premio Carlo Magno e sarebbe il caso di ispirarsi alla figura e all’opera del fondatore dell’impero carolingio per avere un’idea di quale eredità europea bisogna richiamare. Non c’è dubbio che Draghi debba averci fatto almeno un pensiero. Ha detto “dobbiamo diventare più forti: militarmente, economicamente e politicamente”. Però il passaggio del suo intervento che merita una particolare attenzione è quando si riferisce alla necessità di superare “le nostre debolezze autoinflitte”. Vero. Chi è causa del suo male pianga se stesso.

Gli Stati europei, più che l’armata dei franchi che combatteva con successo saraceni e slavi, sembrano i ciechi della parabola dipinti da Bruegel. Si sostengono l’un l’altro e cadono lo stesso in un fosso. Sono ciechi per l’appunto. Il presidente statunitense ha scritto al premier norvegese specificando che la Danimarca non può proteggere la Groenlandia dalla Russia o dalla Cina, e che soprattutto non si comprende da dove deriva il diritto di proprietà di una terra tanto estesa e lontana dai confini naturali danesi. E cosa si sottolinea in Europa? Che il presidente americano lamenti la mancata consegna del premio Nobel. “Non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace”, ha scritto Trump e la stampa sventola la prova provata, piagnucola perché non gli hanno dato il Nobel. Il presidente statunitense ed è la seconda volta in un anno, allude alla prospettiva di una guerra, non più locale, ma fra grandi potenze. Hanno perso gli occhi.

Se la grande trovata europea è contro minacciare dazi all’America che ne ha minacciati a sua volta, ben venga. Vedremo dove porterà una politica di ritorsione sui dazi. Del resto presto avremo gli effetti dell’accordo su Merco sur. La liberalizzazione con il sud del continente americano, la protezione con il nord. Nemmeno questo fa capire l’anomalia. Meno male che il cancelliere tedesco Merz appare ancora capace di ragionare e si farà sentire. La più bella intanto resta la missione Nato in Norvegia, con i russi che si sono detti pronti a sostenerla. Persino Putin ha trovato il tempo di farsi una risata. Non si muove un soldato contro di lui che bombarda da quattro anni Lubecca, si che siamo europeisti, ma le truppe vengono mandate in Groenlandia, sul continente americano, per dissuadere Trump. Pare incredibile. Né Macron né Starmer comprendono che Trump vuole la Groenlandia per impedire che una Russia che annaspa nel Donetsk, Kupijansk è già tornata agli ucraini, possa prendere il mondo occidentale alle spalle. Una fascia costiera di milioni di chilometri quadrati, coperta dai ghiacci, potrebbe essere un arcipelago la Groenlandia, manco lo sappiamo, magari i cinesi si, difesa da una sola base americana. Di proprietà, ovvio. Oddio, l’America può farne quante ne vuole di basi! Questa la soluzione prospettata per la gioia dei contribuenti statunitensi, senza contare che la potestà delle basi Nato appartiene ai paesi che le ospitano. Lo sapete? Se la Danimarca non volesse in futuro guai potrebbe impedirne l’uso, per questo quella di Thule l’America l’ha comprata. Durante la guerra del Kippur tutti gli Sati europei per non dispiacere Egitto, Siria, Giordania, e appunto Russia, bloccarono le basi Nato. L’America per aiutare Israele, dovette ricorrere allo scià in Iran.

Un’Europa simile, alla faccia di Draghi e di Carlo Magno, può giusto aspirare alla neutralità. Del resto ha tali relazioni economiche e politiche con gli ayatollah, con i cinesi, con i bravi palestinesi, che chi glielo fa fare di rischiare di scivolare per l’Ucraina, per il Taiwan, per Israele. Dio ce ne scampi. Quel pazzo di Trump bombarda persino la Nigeria, dove l’Italietta ha il suo piano Mattei. Se poi la narrazione è quella che leggiamo ogni giorno per cui Trump, Putin, Xi sono tutti lo stesso, perché mai schierarsi? Teniamoci stretti la nostra bella democrazia pacifista che piglia schiaffi. Rispetto alla seconda guerra, quando si era armati contro l’America, siamo già un bel passo avanti. Tanto gli americani vinceranno anche una terza volta e torneranno a farci mangiare dalle loro mani. Soltanto non diamogli lezioni su cosa meglio devono fare per vincerlo o per impedirlo, come sempre cercano di fare, il terzo conflitto mondiale.

Mario Draghi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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