Avanti coi carri. Si aggregano e si dividono, si alleano e si staccano, corrono insieme e corrono da soli. I soggetti politici non sono più quelli di un mese fa, e fra una settimana non saranno quelli di oggi.
Un mese fa Pecoraro e la Lanzillotta erano dalla stessa parte e nello stesso governo, oggi sono nello stesso governo per gli affari correnti ma non nella stessa parte e possono criticarsi e darsi battaglia senza far correre rischi a Prodi. Ormai. Ieri Damiano e Ferrero dovevano abbozzare alle scelte di Padova e della Val di Susa , oggi possono sparare –volendo- su basi militari, tunnel e rigassificatori, fino ieri rispettati – i rigassificatori da fare- per non urtare Bersani. Insomma tutti liberi.
Avanti coi carri. E’ la politica bellezza, sotto elezioni. Bisogna dar atto che il primo a sbaragliare davvero è stato Walter Veltroni quando ha annunciato, così ex abrupto e senza che nessuno glielo avesse chiesto, che il Pd alle successive elezioni politiche correva da solo. Con ciò solo avvicinandole di tre anni sul naturale scadimento. E da lì, la nuova geografia politica italiana tra coalizioni frantumate, nuovi partiti veri e nuovi partiti sulla carta e partitini alla rincorsa di posti e angoli di liste. Lo sparpagliamento politico di queste settimane disorienta persino giornali e televisioni e mette in crisi di ruolo anche i loro proprietari ed editori. Giornali, settimanali, radio e canali televisivi che avevano fatto sponda e talora megafono anche in anteprima alle gesta del centro sinistra vecchia maniera, ora davanti ad un arcipelago in cui Bertinotti le suona a Veltroni e Veltroni dialoga più con Gianni Letta che con Enrico Letta hanno una certa difficoltà a fiutare percorsi e destini. Così come l’apparato di televisioni, giornali, settimanali, schermi satellitari che si rifanno ai valori, non solo spirituali e morali, del centro destra davanti a questi terremoti di Fini che prima non salutava nemmeno Berlusconi e ora stanno nella stessa stanza, a Casini che forse se ne va per sempre con il suo scudo per la sua strada, alla Lega che è federata oggi con il Popolo delle Libertà, e che un mese fa diceva “ma noi parliamo con tutti”, hanno una certa difficoltà a chiamare ospiti giusti e intervistati giusti per quella che considerano la loro linea editoriale.
Accanto allo sparpagliamento politico si rischia lo squagliamento editoriale. La pecca storica del giornalismo italiano è che ha sempre rincorso poteri e potere, potenti e potentati lasciando ai veri interessi dei lettori una fetta più o meno marginale delle attenzioni. Rimangono tuttavia le gesta di alcuni leader dell’informazione scritta e parlata in Italia che, coerenti con i fondamentali del giornalismo, pongono le precise domande a questo e a quello come fossero turisti colombiani. Le domande su casa, tasse, scuola, giovani, merito, futuro, trasporti e prezzi sono quelle che dovrebbero fare più premio rispetto alla curiosità da palazzo del tipo “ma starete insieme quanti senatori vi scambiate” eccetera. Forse è l’unica maniera per capirci qualcosa. Perché non si diffonda il sospetto che possano essere in realtà i gruppi editoriali a determinare le linee politiche e le formazioni dei nuovi partiti invece di semplicemente registrarne e commentarne scelte e decisioni. E’ una bella partita dove non sempre i grandi proprietari di giornali e catene televisive stanno solo alla finestra. Tra l’altro in questa corsa al nuovismo politico italiano in vista delle elezioni del 13 e 14 aprile solo pochi osservatori hanno notato che si rischia di trasferire soprattutto nei due più grandi partiti in costruzione le contraddizioni e le contrapposizioni che c’erano nelle vecchie coalizioni. Un conto è correre da soli con le scialuppe vicine, altro conto è correre con le barche piccole nelle stive. Pronte, appena arrivate in porto, a remare da sole.
Fabrizio Binacchi

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