
Lo scontro reale non è soltanto militare, territoriale o geopolitico. È lo scontro tra due modelli di società incompatibili quando uno dei due rifiuta il primato della legge civile. Da una parte c’è l’Occidente laico, che dopo secoli di guerre religiose, rivoluzioni e conflitti ha separato la fede dalla politica, la religione dalla legge e la coscienza individuale dallo Stato. Non ha cancellato la religione, ma le ha impedito di trasformarsi nel potere assoluto capace di decidere per tutti. In una democrazia laica ogni cittadino può credere, non credere, cambiare religione, praticarla o criticarla. La legge, però, resta uguale per tutti e non può dipendere da un testo sacro.
Dall’altra parte c’è l’Islam politico, cioè un modello nel quale la religione non disciplina soltanto il rapporto tra l’uomo e Dio, ma pretende di regolare la famiglia, la scuola, il diritto, la politica, il ruolo della donna, la libertà di espressione, la vita privata e l’organizzazione dello Stato. Il problema non è la fede personale dei musulmani. Il problema nasce quando quella fede viene trasformata in un sistema politico e giuridico che considera la legge religiosa superiore a quella civile e quindi non modificabile attraverso il voto, il Parlamento o il confronto democratico. È questo il punto che l’Occidente continua a evitare, spesso per paura di apparire intollerante. La libertà religiosa è un diritto. La pretesa di imporre agli altri le proprie regole religiose non lo è. Una democrazia può accogliere qualunque fede, ma non può accettare che una religione pretenda tribunali paralleli, norme diverse per uomini e donne, limiti alla libertà di parola, divieti di critica o una sovranità superiore a quella dello Stato.
È proprio in questo quadro che Israele assume un significato che va oltre i suoi confini. Israele è l’ultimo avamposto occidentale del Medio Oriente capace di dimostrare concretamente che identità religiose differenti possono convivere all’interno dello stesso ordinamento democratico. Ebrei, musulmani, cristiani e drusi vivono sotto le istituzioni dello stesso Stato, partecipano alla vita politica, votano, lavorano, studiano, siedono nelle università, nei tribunali, negli ospedali e nelle amministrazioni pubbliche. Le differenze non vengono cancellate, ma contenute dentro un sistema nel quale nessuna comunità religiosa può trasformare automaticamente la propria fede nella legge di tutti. Israele dimostra quindi che una democrazia può accogliere convinzioni islamiche senza esserne assorbita, può garantire libertà religiosa senza rinunciare alla propria struttura civile e può permettere la convivenza tra comunità diverse senza consegnare lo Stato a una teocrazia.
È proprio questo a renderlo intollerabile agli occhi dell’Islam politico più radicale. Non soltanto la sua esistenza nazionale, ma ciò che rappresenta: la prova concreta che nel cuore del Medio Oriente la religione può continuare a esistere senza governare ogni aspetto della vita collettiva. La minaccia percepita dai movimenti islamisti non è soltanto militare. È culturale, politica e simbolica. Israele mostra che il cittadino può venire prima della comunità religiosa, che la legge può essere discussa e modificata, che donne e uomini possono partecipare alla vita pubblica e che la libertà individuale non deve essere subordinata a un’autorità religiosa. Per questo la sua difesa non riguarda soltanto i suoi confini. Riguarda il principio stesso secondo cui nessun libro, nessun clero e nessuna fede possono impadronirsi dello Stato e decidere la vita di tutti.
L’Occidente ha costruito la propria libertà proprio sottraendo il potere civile al dominio religioso. Ha stabilito che la legge nasce dalle istituzioni, dalla Costituzione, dal voto e dal confronto tra cittadini. Una legge umana può essere corretta, riformata o cancellata. Una legge ritenuta divina viene invece presentata come eterna, assoluta e non negoziabile. È qui che la convivenza si spezza. Non si tratta di perseguitare i credenti, ma di difendere lo spazio comune. Lo Stato deve restare civile, la legge deve restare uguale per tutti e la religione deve restare una scelta personale. Due modelli così diversi possono convivere soltanto quando la religione accetta pienamente il primato dello Stato democratico. In caso contrario non si parla più di integrazione, ma di una progressiva rinuncia dell’Occidente ai principi che lo hanno reso libero.
Israele si trova esattamente su questa linea di frattura. Per questo la sua sopravvivenza non riguarda soltanto Israele. Riguarda il futuro stesso della democrazia laica in una regione nella quale l’Islam politico continua a pretendere che la fede non sia una scelta dell’individuo, ma la legge obbligatoria di tutti.
Piero Terracina

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