Galli della Loggia ha scritto qualche settimana fa su “Il Corriere della sera” di avere delle perplessità sullo ius soli poiché riguarderebbe anche giovani di religione islamica e, in quanto tali, meno affidabili dal punto di vista della comunità che li accoglie. Al di là del fatto che impostata così la questione rischia di precipitare in una spirale senza fine, perché molti liberali potrebbero dichiarare che la questione non è la religione di appartenenza, ma il Paese – si pensi ad esempio alla differenza che c’è tra la società saudita e quella siriana -: al di là di questo, dicevo, non dovrebbe sfuggire a nessuno il fatto che la natura di molte religioni, compresa quella cristiana, non è quella di garantire una società pluralista. E’ la laicità che è riuscita ad imporsi nei Paesi europei, non la religiosità. Noi spesso consideriamo cattolici dei comportamenti che il più delle volte sono laici. E’ una simile confusione, o ipocrisia, che permette a molti europei – compreso Galli della Loggia? – di guardare con superiorità ad una religione come quella musulmana che spesso non ha fatto i conti con la cultura laica: quando li ha fatti, ripeto, ha dato spesso dei buoni risultati. Lo Stato, in particolare quello italiano che è concordatario – non bisogna dimenticarlo -, potrebbe addirittura trovare giovamento dallo sviluppo di tutte le confessioni religiose, chiamato come sarebbe ad una maggiore distanza da ognuna di esse. In tale maniera potrebbe aiutare moltissimi giovani musulmani a trovare in se stessi un equilibrio tra la propria formazione famigliare – quella di cui parla Galli della Loggia – e le istanze di una società davvero laica, e questo perché sgombrerebbe il campo del confronto da ogni avvilente e provocatoria considerazione di ordine religioso.
Fabrizio Amadori

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