
Torno a ripetere concetti già largamente espressi, ma prendo spunto da un discorso della senatrice Mieli, una fotografia nitida e impietosa dell’opposizione di oggi. Ho ampiamente argomentato sul fatto che la sinistra italiana ha trasformato ogni tema in un manganello mediatico, mentre sventola bandiere.
E’ di pochi giorni fa la promozione a volto politico, da parte di AVS, di una figura filopalestinese uscita chissà da dove, finita nella bufera per un vecchio post sul nazismo, interpretato da molti come un elogio. Lei si è affrettata a smentire e a prendere le distanze, ma il punto resta: se devi correre a spiegare l’ovvio, significa che il filtro politico e culturale si è rotto per strada. Ma non è tanto questo il punto, queste sono dinamiche tristemente note; quello che non comprendo è come un movimento politico che siede sugli scranni parlamentari decida di farsi rappresentare da personaggi culturalmente, strutturalmente e moralmente inadatti a rappresentare l’Italia in ambiti internazionali, quali, ad esempio, il Parlamento europeo.
Che siamo un Paese da parodia è tristemente noto, ma quando il capo del più grande sindacato italiano usa il diritto di sciopero come clava politica, non come strumento di contrattazione, qualche domanda sarebbe d’uopo. Venerdì rituali, piazze precotte, parole d’ordine sempre uguali. Non è tutela del lavoro, è opposizione fuori dal Parlamento. La liturgia è questa: megafono, slogan, passerella. Risultato pratico per chi timbra il cartellino il lunedì mattina, zero. Anzi, meno di zero, perché a furia di sceneggiare si brucia anche la credibilità dei conflitti giusti.
L’Italia vera non vive di cortei a orologeria né di scioperi in vetrina. Distingue l’antisionismo agitato come slogan dall’antisemitismo che morde la storia e la carne. Non ha bisogno del megafono per capire dove stanno civiltà e responsabilità. Lavora, studia, ricorda. E quando sente certi sermoni, alla fine riconosce il trucco: non è difesa dei diritti, è propaganda d’opposizione.
Voglio pensare che questo Paese non sia antisemita e antisionista, nonostante tutto. È allergico alle ambiguità, ha un triste passato che pesa, sa cosa sia un regime dittatoriale, ma se chi siede sugli scranni parlamentari confonde popoli e milizie, bara. Se si gira intorno alla parola “terrorismo”, lo si aiuta. Se si trasforma la memoria in scenografia, si tradisce la sostanza. Qui il discorso di Mieli ha punto davvero: riporta il baricentro sulla realtà e lascia nudi gli slogan.
Poi però arriva il momento fatidico, quello della cabina elettorale. Lì l’Italia silente entra in punta di piedi e fa la cosa più antica e più moderna che esista, sceglie e sintetizza. Pesa chi costruisce e chi sfascia, chi difende l’interesse nazionale e chi lo baratta per due minuti di gloria. È un gesto corto, una croce tracciata in un secondo, ma dietro c’è il lavoro di una vita intera. Finita la sceneggiata, resta l’essenziale. E l’essenziale è semplice: questo Paese non ha bisogno di urlare per sapere da che parte stare.
Piero Terracina

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