Meglio tardi che mai: il Genocidio degli Armeni denunciato dalla Camera
Finalmente la Camera dei deputati della Repubblica italiana (seduta 158, lunedì 8 aprile 2019) ha approvato la mozione Formentini, De Carlo, Dalmastro, della Vedova, Quartapelle, Colucci e altri che impegna il governo a “riconoscere ufficialmente il genocidio armeno e a darne risonanza internazionale”. Voti a favore 382, contro 0, astenuti 43 (i deputati di Forza Italia), applauso finale unanime. Un evento storico? Vedremo. Con il coraggio e l’unanimità che lo contraddistingue in politica estera (e non solo), il governo Conte-Di Maio-Salvini si era rimesso al giudizio dell’Aula. Che cosa farà adesso? Nel frattempo il presidente Recep Tayyip Erdogan ha convocato l’ambasciatore d’Italia ad Ankara per esprimergli il “dispiacere” per il voto della Camera: un “altolà” nei confronti di Roma. In Turchia dire che gli Armeni furono vittima di genocidio è reato punibile con arresto e reclusione sino a tre anni. Ne è stato vittima anche il più illustre scrittore turco, Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura, che in un’intervista deplorò quello che gli Armeni bollano “grande crimine”.
Il testo della mozione approvato dalla Camera è scritto in italiano approssimativo. Non dice infatti che il genocidio degli armeni (non “armeno”) fu opera dell’“impero turco”. Eppure basterebbe un po’ più di precisione linguistica e di dati storici per scongiurare polemiche o mettere in evidenza la doppiezza di chi le solleva. In attesa di vedere quanto farà il governo e, soprattutto, come agirà lo Stato, ricordiamo che l’uno e l’altro sono ben distinti: i ministeri passano, gli Stati durano, con i loro obblighi, assunti non solo per calcolo di costi/benefici, scambi di fichi e noccioline, ma sulla base di principi morali, enunciati dalla Costituzione e dai documenti condivisi dall’Italia, a cominciare dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948, dalle Convenzioni e dai Trattati che ne discesero.
Il lungo silenzio dell’Italia
La solenne condanna del genocidio degli Armeni pronunciata dalla Camera dei deputati è subito scivolata via come acqua sulle pietre: nonostante la sua importanza, infatti, non se ne sono occupati né la Rai (pagata dai cittadini), né i principali quotidiani. D’altro canto il voto parlamentare suona tardivo. Un lungo elenco di Stati condannò, da molto tempo, quel genocidio: Austria, Argentina, Bolivia, Cipro (per metà ancora sotto giogo turco), Francia, Germania, Grecia (secoli di dominazione ottomana), Russia, Svezia, Svizzera, Uruguay e persino il Venezuela. L’Italia arriva solo ora: “Ultimo viene il corvo…”. In attesa del pronunciamento di Parlamento e governo, molti consigli comunali, anche di città non proprio irrilevanti (Roma, Milano, Venezia, Firenze…), già condivisero la risoluzione del Parlamento europeo che aveva esortato il governo di Ankara a riconoscere il genocidio quale premessa per una nuova relazione con gli armeni. Il 23 aprile 2015 la presidente della Camera, Laura Boldrini, ricordò in Aula che quello degli Armeni fu il primo genocidio del Novecento. Lo aveva fatto poco prima papa Francesco (12 aprile 2015), ricalcando la dichiarazione del lontano 2001 di Giovanni Paolo II e del patriarca armeno, e lo ripeté nel corso del suo viaggio apostolico in Armenia nel 2016. Papa Francesco deplorò anche le molte persecuzioni in atto nel mondo contro i cristiani che “vengono pubblicamente e atrocemente uccisi – decapitati, crocifissi, bruciati vivi – oppure costretti ad abbandonare la loro terra”. Tutte “stupidaggini” secondo Erdogan.
Erdogan per un nuovo Califfato turco-centrico?
Il voto della Camera dei Deputati offre motivo di riflessione sulle due facce di una stessa medaglia. Esso deplora lo sterminio degli Armeni attuato da militari turchi su ordine del governo del Sultano-Califfo della Sublime Porta nel 1915. Non chiama però in causa lo Stato sorto dopo la Grande Guerra né l’attuale governo di Ankara. È quest’ultimo, invece, a sentirsi correo e a respingere con fermezza la taccia infamante di genocidio attuato dall’antico impero turco-ottomano.
La storiografia cammina sul filo del rasoio della verità dei fatti. Chi perde l’equilibrio rischia grosso. Per comprendere la doppiezza di Erdogan va ricordato che la Turchia attuale non ha alcuna continuità logico-cronologica con il Califfato durato a Istanbul dal 1527 al 1924, quando esso venne abolito da “Ataturk” (massone), fondatore della Turchia moderna, basata sull’adozione dell’alfabeto latino e dei principi fondamentali di libertà propri dell’Occidente. Da tempo, però, Erdogan ha fatto e fa rimuovere i ritratti di Ataturk e ne oscura la memoria. Si propone successore di Maometto II e di tutti i Sultani dell’impero turco sino ad Abd-ul-Hamid? Alla radice del suo disegno vi è la rivendicazione del Califfato turco-centrico prospettata dal coltissimo Ahmet Davutoglu, già ministro degli Esteri dal 2009 e primo ministro dal 2014 al 2016? La partita è molto più complicata di quanto venga percepita a Montecitorio e da “farfalloni amorosi” in tutt’altre faccenda affaccendati. Lo ha fatto intendere Mattarella nei “messaggi” mandati dalla Giordania e in specie da Petra: Luce dopo le Tenebre.
Per comprenderne la complessità giova una ripassata rapida ai “fatti”.
Le radici remote della tragedia armena
Il genocidio degli Armeni da parte del governo turco dell’epoca ebbe inizio con la razzia della loro classe dirigente, consumata a Costantinopoli la notte fra il 23 e il 24 aprile 1915, allorché un migliaio di politici, scrittori e artisti furono arrestati, deportati ed eliminati. Per la Sublime Porta di Istanbul gli Armeni avevano due “vizi” di fondo. Erano di una “razza” diversa dalla loro, ed erano cristiani, una religione incompatibile con l’islam, che annienta gli infedeli e impone la “sottomissione” a quanti vengono temporaneamente risparmiati. Malgrado secoli di dominazione e di repressione, spesso feroce, gli Armeni non si erano mai piegati. Perciò andavano eliminati. Dovevano sparire dalla loro terra. La Turchia doveva essere dei turchi. Il Sultano non poteva sterminare gli europei da “Cos-poli”, ma era deciso a farlo in Anatolia. Fu genocidio. Il primo attuato con le procedure poi usate contro altre minoranze etniche (i gitani, gli ebrei e i “devianti”). I Giovani Turchi (che si erano affacciati alla storia come modernizzatori: alcuni erano anche iniziati e/o infiltrati in logge massoniche) agirono in combutta con ufficiali germanici, nel quadro della Grande Guerra in corso anche nell’antica Mesopotamia, teatro del conflitto tra gli inglesi, comandati da Townshend, e i tedeschi agli ordini del maresciallo von der Goltz. Con una differenza sostanziale. Per questi ultimi, infatti, gli Armeni rappresentavano un pericolo militare, per i turchi essi erano invece un’“infezione”. Col nemico ci si batte e si tratta. Il “virus” va invece azzerato.
Nei secoli gli Armeni erano stati bersaglio di sanguinose rappresaglie da parte del governo turco. L’Europa stava a guardare. Era avida e vile. Voleva spartirsi l’Impero turco-ottomano, che andava dai Balcani alla Persia, dal Vicino e Medio Oriente alla “Libia”, dall’Eritrea alla Somalia, ma non sapeva come farlo. La diplomazia dell’epoca (inclusa quella italiana) riempiva scatoloni di carte geografiche e di frenetiche corrispondenze per la fatua contesa di pochi chilometri quadrati di coste, isolotti, quisquilie, ma non andava al dunque. Il “grande malato d’Oriente” faceva comodo a chi voleva comunque impedire alla Russia di affacciarsi sul Mediterraneo, uscire dagli Stretti e addirittura arrivare all’Adriatico tramite i serbi. All’epoca come oggi. Meglio il Sultano che lo Zar.
Gli Armeni furono vittime del cinismo della Santa Alleanza (1815), alla quale (va ricordato) non aderì il Papato proprio perché non non ne condivideva metodi e scopi: il mercato dei popoli. Quale fosse la sua miseria morale emerse dall’abbandono dei cristiani alla vendetta dei turchi. Lo scrisse Giovanni Berchet (1783-1851) nell’appassionato poemetto I profughi di Parga, pubblicato a Parigi nel 1823. Il lungo Ottocento (segnato dalla guerra anglo-franco-turca, con ex post celebrata adesione del regno di Sardegna, contro la Russia) fu costellato da tentativi di imporre alla Sublime Porta un minimo di rispetto dei cristiani. Alcune plaghe (Romania, Bulgaria…) da secoli sottoposte al suo dominio ebbero indipendenza con sovrani catapultati dall’Europa centrale quali garanti di equilibrio tra le potenze. Spesso non conoscevano la lingua dei loro “sudditi” e allestirono residenze reali di stile avito, con materiali fatti venire dalle loro terre. Comunque erano meglio dei turchi e dei loro segugi. Al proprio interno Istanbul continuò a fare quel che meglio credeva per circoscrivere e quando necessario estirpare la “malapianta” armena. Allo scopo organizzò anche corpi speciali di curdi. Alimentare la gara famelica tra sottoposti è sempre stata arte del “padrone”.
Gli Armeni furono vittime designate, malgrado la “costituzione” garantista promulgata dal Sultano nel 1876 con il consiglio dell’armeno Midhat Pascià. Un mero paravento. Il loro “irredentismo” fu ripetutamente schiacciato, nel 1860, nel 1887-1890 e nel 1895-1896 quando ne vennero massacrati almeno 100.000. Nel 1897 lo denunciò Giosue Carducci, poeta e vate della Terza Italia, in versi attualissimi, “La mietitura del turco”: “Il Turco miete. Eran le teste armene/ che ier cadean sotto il ricurvo acciar:/ ei le offeriva boccheggianti e oscene/ a i pianti dell’Europa a imbalsamar// Il Turco miete. E al morbido tiranno/ manda il fior de l’elleniche beltà./ I monarchi di Cristo assisteranno/ bianchi eunuchi a l’arèm del Padiscià”.
Nell’ottobre del 1911, su impulso di Vittorio Emanuele III, il governo presieduto da Giovanni Giolitti dichiarò guerra all’impero turco per tutelare gli italiani di Tripolitania e Cirenaica. L’ “impresa di Libia” fu e rimane l’apice della Terza Italia. Roma decise senza chiedere permesso né agli alleati (Vienna e Berlino), né alla Francia e neppure, caso unico, alla Gran Bretagna. Tre giorni dopo l’inizio delle operazioni Vittorio Emanuele III domandò al presidente del Consiglio Giolitti che cosa ne avrebbe pensato l’Inghilterra. Ormai era fatta. E così andò avanti, con la liberazione di Rodi e del Dodecanneso dal secolare e mai rimpianto giogo ottomano. Poi, con l’avvento di Salandra e di Sidney Sonnino, la politica estera divenne miope e opaca. Lo rimase a lungo. È sintomatico il silenzio della stampa italiana dell’epoca sull’ecatombe degli Armeni nel 1915-1916. Non se ne trova traccia nella “Illustrazione Italiana”, la più patinata e prestigiosa rivisita dell’epoca, una sorta di “televisione” della borghesia: che apprende solo quel che le viene detto.
Il 13 ottobre 1921 la micro-repubblica di Armenia fu riconosciuta da Mosca quale componente della Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, spacciata da Lenin come liberazione dei popoli e finita con la repressione sia di quelli compresi negli antichi confini dell’impero zarista sia di quelli via via soggiogati sino alla oggi dimenticata “cortina di ferro” scesa da Stettino a Trieste all’indomani della seconda guerra mondiale.
Agli Armeni non rimase che la diaspora, sorte analoga a quella di altre minoranze etniche e religiose perseguitate nel corso del tempo. In Italia una loro importante comunità prese stanza nell’isoletta di San Lazzaro, a Venezia. I flutti chi si adagiano sul suo bordo sono gli stessi dell’amarissimo mare della loro indimenticabile terra. L’ “isola” è un “destino” in attesa dell’Apocalisse.
Ankara e Tursun Bey: gli Armeni paradigma della Storia
Secondo Ankara gli Armeni non sono mai stati bersaglio di persecuzione etnica e/o religiosa. Furono semplicemente “trasferiti” quando costituivano una minaccia per la sicurezza nel corso della guerra. Molti morirono di fame e di sete solo perché non si erano organizzati per la “marcia” attraverso il deserto. Colpa loro. L’imponente documentazione della sorte agghiacciante alla quale andarono incontro venne cancellata. Le fotografie delle impiccagioni, delle fucilazioni, degli altri orrori furono quasi tutte distrutte. Ankara si spinse a vantare di aver salvato gli Armeni dall’odio dei bizantini novecento anni prima.
La magnanimità degli islamici nei confronti degli infedeli è bene espresso da Tursun Bey in “La conquista di Costantinopoli” nel 1453 (Mondadori). Sterminati i difensori, i vincitori capitanati da Maometto II “spinsero nella strada e nei mercati giovinetti greci e franchi, russi e ungheresi, cinesi e tartari: rubacuori, schiavi belli come la luna e fanciulle dall’ombelico di cristallo”. Tra i militari prigionieri i più vennero “passati al filo della spada della legge”. Altri vennero lasciati vivi “per essere sfruttati nel lavoro”. In onore del dio clemente e misericordioso dell’islam. Lo stesso che nel 1822 dettò la sorte degli abitanti di Chio (isola greca) ove vennero uccisi i bambini inferiori ai tre anni e superiori ai dodici, tutti gli uomini e le donne con più di 40 anni. Il resto era “utile”.
Sta ora al governo, a questo governo Conte, tradurre in atti dello Stato la mozione votata dal Parlamento che riconosce e proclama il genocidio degli Armeni da parte dei turchi: quelli del 1915, non gli attuali, a loro volta vittime del regime di Erdogan, indurito dopo il farsesco “colpo di Stato” di una notte di agosto di molti anni addietro. Ma non fa molto sperare la miriade di leggi che rimangono da attesa di norme attuative.
In Italia gli Armeni sono poche migliaia. Motivo in più per dichiararsi solidali con loro come con tutte le minoranze discriminate, per tutelarne identità e memoria: sono paradigma della “cristianità” cara a Cesare Balbo, della Storia universale, di “popoli dimenticati”. Uno specchio dell’Italia di ieri e della sorte che incombe su chi dimentica il passato.
Aldo A. Mola

Lascia un commento