Leggo in un breve testo di De Felice che Mussolini, di fronte al putsch in Austria del 1934 che portò alla morte di Dollfuss, reagì duramente, mandando truppe sul confine. Leggo inoltre che nello stesso anno, in un comizio a Bari, il (cosiddetto) Duce, non in sintonia con un regime intollerante come quello nazista, fece un discorso in cui contrappose – in maniera razzista direi – la superiorità dell’antica civiltà italiana a quella dei barbari germanici.
Detto questo Hitler continuò a nutrire una grande stima per Mussolini, e, sebbene in misura minore, per il fascismo, che aveva però il difetto, ai suoi occhi, di non essere riuscito a riconoscere il “pericolo giudaico” e a sbarazzarsi della monarchia dei Savoia. Bisogna forse credere che tale stima del (cosiddetto) Fuhrer, la quale, passando dal (cosiddetto) Duce, toccava gli italiani stessi, la cui “razza” condivideva lo stesso destino di quella germanica secondo lui, fosse dovuta anche alla sopravvalutazione della loro forza militare fondata sulla vittoria degli abitanti della Penisola nella Prima guerra mondiale? E, se così fosse, occorre forse supporre che la disistima che almeno sino a tutti gli anni Ottanta del Novecento circondò la capacità bellica italiana fosse dovuta al disastro nel secondo conflitto mondiale, un disastro doppiamente rimarcato dalla velocità con cui accadde e dalle aspettative di segno opposto che la propaganda fascista aveva creato in Europa e nel mondo?
Ricordo ancora la frase di un parlamentare britannico piuttosto sciocco che, in previsione della guerra delle Falkland, disse di non essere preoccupato per le sorti del conflitto dato che gli argentini erano per metà italiani, e quindi vili – ma non si spinse oltre quando, a causa di un simile affronto verso tutta una nazione, venne sfidato a duello da un estroso membro della nostra ex casa reale, dimostrando così che i vili si trovano ovunque, anche nel suo popolo, peraltro – lasciatemi dire – più fortunato che coraggioso (la Wehrmacht, infatti, prese a pedate il grosso dell’esercito britannico schierato in Francia nel 1940, e se non ci fosse stata la Manica avrebbe raggiunto Londra in pochi giorni: i britannici, insomma, tendono a considerare da sempre una vantaggiosissima posizione geografica alla stregua di un punto di forza del “carattere nazionale”, qualsiasi cosa un’espressione del genere voglia dire) -.
Coraggiosi furono piuttosto i ragazzi della Folgore che, quasi a mani nude, affrontarono le forze inglesi armate sino ai denti, sostenute come erano da tutto l’apparato produttivo e militare del loro cosiddetto “impero” (conquistato poco coraggiosamente invadendo zone del mondo dove le armi moderne non esistevano) e, soprattutto, degli Usa.
Bisogna credere, quindi, che il risultato di una guerra combattuta (e vinta) da un popolo sia fondamentale per il suo credito nel mondo, e che questo sia brutto a dirsi ma rispecchi la realtà?
A scanso di equivoci, una considerazione del genere – peraltro in forma interrogativa – non fa di me un sostenitore delle guerre né tantomeno un cantore del coraggio in battaglia, se un simile coraggio da parte di chi l’ha mostrato è la conclusione di un sostegno inopinato a colui che tale battaglia ha cercato costi quel che costi, ossia sulla pelle di una generazione di ragazzi come fece il sciur Mussolini.
A mio avviso, infatti, chi va ancora oggi in giro a sostenere il cosiddetto Duce o è in malafede o è straordinariamente ignorante: in entrambi i casi, un individuo da evitare senz’altro. Speriamo ora di non vedere, trascinati dal successo del sciur Salvini e del suo populismo becero (così lo definisco nella speranza che diventi qualcosa di meglio, ma ne dubito), i ragazzotti di Casa Pound rialzare la testa e la voce che, nel caso specifico, sembra piuttosto il fastidioso raglio di un asino (eppure l’asino è un animale intelligente, lo so…).
L’Italia ha fatto il miracolo di invadere con le proprie merci e il proprio marchio quelle zone del mondo che altri hanno invaso con le armi: anche per questo il brand “made in Italy” è uno dei più forti al mondo (tra i primi tre). Non abbiamo bisogno di fare guerre, insomma: né fuori dai nostri confini né, tantomeno, dentro.
Ma temo che i prodotti dell’economia italiana siano molto migliori di quelli della politica oggi a disposizione.
Fabrizio Amadori

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